«I presidenti dei porti sono senza tutele legali? Allora ci paghino di più» / LA LETTERA

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Pasqualino Monti, presidente dell'Autorità di sistema del Mar di Sicilia Occidentale, a seguito della sentenza della corte di Cassazione che ha negato il risarcimento delle spese legali all'ex presidente del porto Giovanni Novi

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Pasqualino Monti, presidente dell'Autorità di sistema del Mar Ligure Occidentale, a seguito della sentenza della corte di Cassazione che ha negato il risarcimento delle spese legali all'ex presidente del porto Giovanni Novi, uscito innocente dal processo Multipurpose.

Competenza, lungimiranza, capacità manageriale ad alta specializzazione. E responsabilità. Tanta. Chi guida un’autorità di sistema portuale queste qualità deve possederle tutte, perché per legge è un manager, o meglio: “un presidente manager, con comprovata esperienza e qualificazione professionale nei settori dell’economia dei trasporti e portuale nonché nelle materie amministrativo-contabili”.

Ergo: un super manager. Poi succede che una sentenza surreale faccia scattare quella molla che ti costringe a esternare situazioni e fatti che solo a una lettura superficiale possono non sembrare di interesse generale ma che in realtà sono la testimonianza tangibile di un problema reale e non più occultabile. La sentenza riguarda Giovanni Novi, ex presidente del porto di Genova: a lui non è bastato l’incubo giudiziario vissuto anni fa, vittima del circo giudiziario-mediatico, ovvero della devastante trafila imputato-arrestato-scagionato, concluso in una bolla di sapone con una sentenza in Cassazione che ha demolito ogni addebito “perché il fatto non sussiste”.

Non è stata sufficiente quell’esperienza disumana che ha macchiato carriere, posizioni economiche, reputazione, rapporti familiari e sociali. Novi, anziché venire risarcito per i danni morali subiti, per la sua figura ingiustamente infangata in anni di calvario, è stato condannato a pagare le ingenti spese legali. Spese che, per logica, avrebbe dovuto sostenere l’Ente portuale, visto che i fatti di cui era stato ingiustamente accusato si erano svolti nell’esercizio della sua funzione di presidente dello scalo. Invece l’Avvocatura dello Stato ha interpretato la sua carica – solo al momento del risarcimento - come onoraria.

Ecco, questa sentenza è la classica goccia che fa traboccare il vaso sulla figura ipoteticamente manageriale dei presidenti dei porti. E allora, a caduta, emergono incongruenze vergognose e paradossali. Mentre si regola il pantouflage – il passaggio di dipendenti dal settore pubblico a quello privato, fenomeno ormai fisiologico in un mercato del lavoro caratterizzato da estrema fluidità e mobilità – riducendone i vincoli per i parlamentari/ministri a un solo anno, per i presidenti delle autorità di sistema portuale si va in direzione opposta, vincolando la loro mobilità professionale al termine surreale di tre anni.

Ma perché stupirsi: le autorità portuali nascono partendo da un concetto chiaro, quello di autonomia amministrativa e finanziaria, fondamentale nella gestione di una delle aziende più complesse, e più strategiche, dello Stato: una gestione che è puramente aziendale, in cui il presidente è di fatto l’amministratore delegato, per poi scoprire, quando è lasciato solo, che la sua è una carica onoraria.

Nelle Autorità di sistema portuale così come nelle imprese portuali si applica il Contratto collettivo nazionale dei lavoratori portuali che è di natura privatistica, ma ciò non accade per il presidente. Con il paradosso che questo presidente, caricato di tutte le responsabilità, guadagna meno, e ha minori tutele e coperture, di un suo dirigente: per quest’ultimo il contratto Cida, Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità, prevede uno stipendio teoricamente senza limiti di legge nell’ambito del contratto degli industriali.

Non solo: dal 1994 fino al 2016 il segretario generale di un ente portuale – a sua volta protetto dal contratto da dirigente Cida – era ufficialmente organo dell’Autorità, caratterizzato da un potere e da responsabilità statutarie che sono stati cancellati con l’ultima riforma concentrando sul solo presidente le responsabilità e vietandogli anche qualsiasi forma di delega.

E se il presidente non è presente anche quanto deciso dalle sedute di commissione consultiva a quelle dell’Organismo di partenariato viene invalidato. E allora, a fronte di incombenze e responsabilità illimitate e di compensi e tutele che sono sempre più inadeguati, è il momento di uscire dall’ipocrisia: qualcuno mi considererà alla stregua di un eretico, di un privilegiato ma duecentotrentamila euro annui sono pochi rispetto all’intensità e alle difficoltà del lavoro e delle responsabilità nonché nel confronto con quanto percepiscono gli amministratori delegati delle aziende di Stato.

Facile ergersi a censori dalla comfort zone di scrivanie e poltrone protette, ma i fatti sono inequivocabili: il segretario generale e i dirigenti usufruiscono del Fasi e di Assidai per l’assistenza sanitaria integrativa, pagati dall’Ente che si fa carico anche, per legge, di una quota parte della previdenza complementare. Il presidente, invece, deve pagare di tasca sua le assicurazioni e perfino per la previdenza: è considerato un collaboratore senza diritto ai contributi se non a quelli previsti dalla gestione separata con ciò che questo comporta ai fini pensionistici.

Non gli spetta neppure il rimborso di eventuali spese legali, anche quando una sentenza sancisce che “il fatto non sussiste”. Nominato da un ministro della Repubblica, il presidente svolge il suo lavoro lontano dalla residenza, ma deve sostenere le spese per i viaggi, nel mio caso, da e per Palermo e per la casa. Non lo sapeva nessuno? Strano.

Perché prima di parlare non si analizzano i numeri, gli obiettivi di un presidente, le sue azioni e i risultati che consegue e non si afferma il principio che su quella base debba essere valutato e retribuito? Si dibatte tanto in tivù sull’alleggerimento della posizione dei funzionari pubblici con l’abolizione dell’abuso d’ufficio: bene, ma serve andare oltre.

Spiegatemi perché alle condizioni capestro che ho appena descritto, dovrei assumermi la responsabilità – enorme - di dragare un porto, di realizzare una grande infrastruttura, di promuovere e portare il mercato ad investire nei porti di mia competenza, perché dovrei firmare atti di concessione demaniale, perché dovrei preoccuparmi della operatività e della sicurezza degli scali, perché sbattermi per convincere gli armatori a portare le proprie navi nei nostri porti.

Se la carica è “onoraria” allora la legge si contraddice nel momento in cui assegna compiti e funzioni in modo errato. Meglio non firmare, meglio lasciare i porti così come sono e percepire l’intero compenso da presidente onorario, ossia senza far nulla come avviene per molte cariche nel nostro Paese! Perché da commissario nominato dal presidente del Consiglio, dovrei realizzare grstuitamente un bacino da 150.000 tonnellate e l’interfaccia città-porto a Palermo? Perché? Chi me lo fa fare?

E dico di più: sarebbe sospetto se non mi lamentassi, chiedendo la giusta remunerazione a fronte del mio lavoro quotidiano. Un compenso, ripeto, adeguato alle funzioni e anche proporzionale ai risultati raggiunti. Vorrei che la mia Associazione di riferimento e l’intero cluster marittimo facessero di queste tematiche il vessillo per una battaglia parlamentare; non certo per il mio stipendio, sia chiaro anche ai professionisti dell’equivoco, ma perché perseverare in questa direzione avrà come risultato non un risparmio per lo Stato ma l’affidamento dei porti e, più in generale, della macchina pubblica, a una folta schiera di incapaci.

L’occasione che mi offre il Secolo XIX è importante per lanciare una sfida. Nel mese di marzo inaugureremo la stazione marittima: mi piacerebbe che quel giorno i parlamentari, i segretari dei partiti – vista l’immobilità dei burocrati che pontificano sempre da lontano e senza alcuna contezza della realtà - fossero presenti per constatare di persona cosa è stato fatto e cosa vuol dire gestire un porto, trasformarlo, dotarlo di infrastrutture e di strutture ricettive indispensabili per dialogare con il mercato.

A Palermo abbiamo trasformato il porto in uno spazio non più sconosciuto e da evitare ma in un luogo amato e vissuto da cittadini e turisti nonché in una piattaforma merci che svolge il suo ruolo economico e sociale al servizio di una comunità di 2,5 milioni di persone. E tutto questo non si improvvisa, non è un incarico onorario, ma è un onore, carico di responsabilità, sacrifici e rischi personali, per il quale un servitore dello Stato non può essere lasciato solo.

Pasqualino Monti

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