C'erano una volta i camalli di Oneglia / LA STORIA

«Quella dei camalli nell’età d’oro dei traffici commerciali sulla banchina onegliese, parliamo degli anni Ottanta, è stata una vera e propria epopea: generazione di ragazzi, uomini e lavoratori fantastici». Parola a Tommaso Lupi, storico console della compagnia portuale Maresca

di Giorgio Bracco

Imperia - «Quella dei camalli nell’età d’oro dei traffici commerciali sulla banchina onegliese, parliamo degli anni Ottanta, è stata una vera e propria epopea: generazione di ragazzi, uomini e lavoratori fantastici. E’ stata e resterà per sempre un’epoca irripetibile». Le parole di Tommaso Lupi, storico console della compagnia portuale Maresca proprio a metà degli anni Ottanta, fotografano alla perfezione la grande avventura che visse il bacino di Oneglia, quando le navi dovevano aspettare il proprio turno in rada, al largo, in attesa di entrare in banchina a caricare merce di ogni tipo. Un’immagine che sembra tratta da un film di fantascienza, sconosciuta per almeno due generazione di imperiesi. Lupi è stato anche l’ultimo console della Lodovico Maresca: nel 1995 lo storico sodalizio venne diviso tra compagnia per la manodopera e impresa. Niente più consoli ma presidenti. Una svolta storica, con una manciata di camalli rimasti in attività (oggi oscillano tra 5 e 10 mentre erano 130 più una lunga lista di 100-200 occasionali che rispondevano alle chiamate quando c’era bisogno e le squadre di scaricatori non bastavano) e sempre più rare navi cariche di cemento in banchina.

Cinque, sei, se va bene una decina all’anno: «Prima della crisi, che arrivò a inizio degli anni Novanta - prosegue Lupi - c’era un movimento incredibile: sessanta-settanta unità all’anno e si lavorava anche 19-20 giorni in un mese. Ricordo un dato: 285 mila tonnellate movimentate in un anno. Una cifra incredibile, dieci volte tanto rispetto ai periodi successivi e, credo, all’attualità». La botta finale a quella che l’ex console chiama «una lunga e inesorabile agonia», lo o smantellamento del mulino dell’Agnesi e la chiusura del pastificio. Quintali di casse di gamberi in arrivo da Cuba, tronchetti di legno dalla Polonia, il grano dal Canada, la carne congelata, magnesite, cemento, oltre all’olio, ovviamente.

Di tutto e di più: «Negli anni Sessanta - ricorda Lupi, che sul finire di quel decennio, da studente si guadagnava i primi soldi come raccogliticcio - la banchina era spesso interamente occupata da centinaia di auto delle Fiat pronte all’invio verso Spagna, Sud America e anche Nord Africa». Un progetto di sviluppo commerciale rimasto sulla carta, le difficoltà per ampliare gli spazi a favore di navi più grandi, chiusura di fabbriche olearie e non, collegamenti stradali e ferroviari obsoleti hanno di fatto tolto ossigeno e speranza all’intero comparto. Ciò che resta degli irripetibili anni Ottanta sono le maestose gru semi arrugginite che campeggiano sul lato destro della banchina. Qualche anno fa si era anche parlato di smontarle. «Credo che, simbolo storico a parte - dice Lupi - possano ancora servire: nei porti francesi le usano spesso per l’alaggio delle unità da diporto».

Oggi l’ex banchina dei camalli è una distesa di bar, pizzerie e ristoranti con i rispettivi dehors da un lato e un’area di ormeggio per yacht e (pochi) pescherecci dall’altro. In mezzo spazio a bici e pedoni. Come sono lontani i tempi in cui il Conte, al secolo Carlo Calcagno, Gnocchi, Tartaruga, Gaitan, Fanuccio , Berto, U Lalan, Frisciulata, Mancen e Mancinotto (entrambi gloriosi partigiani a fianco del Cion, Silvio Bonfante), Babullo e Sciabulun - tra uno sfottò e l’altro, in stretto e rigoroso dialetto onegliese - si consumavano sotto il sole o la pioggia tra sacchi e casse da imbarcare o scaricare: «C’era un clima fantastico - conclude Lupi - duri sacrifici ma tanta allegria, generosità e solidarietà. Eravamo una famiglia». Tra i camalli, in un mix spesso indistinguibile tra storia e leggenda, le persone diventavano personaggi, eroi e cavalieri senza tempo. Protagonisti di vicende e imprese epiche: «Giancarlo se ne andava via con due sacchi da un quintale sottobraccio, uno per parte, e per scommessa ne portava anche un altro sulle spalle. Era una generazione fantastica, quella dei camalli, che non tornerà mai più».

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