Ottolenghi: "Concessioni in porto, sistema feudale. Vanno abolite"

Abolire le concessioni demaniali portuali. È questa la provocazione lanciata da Guido Ottolenghi, amministratore delegato del gruppo Pir e presidente gruppo tecnico Logistica e trasporti di Confindustria, all’evento di presentazione del Progetto mare

Il porto di Genova

di Alberto Quarati

Roma - Abolire le concessioni demaniali portuali. È questa la provocazione lanciata da Guido Ottolenghi, amministratore delegato del gruppo Pir e presidente gruppo tecnico Logistica e trasporti di Confindustria, all’evento di presentazione del Progetto mare organizzato dalla confederazione degli industriali. “E’ una mia idea, a titolo personale – precisa Ottolenghi – ma penso che a questi eventi sia necessario mettere sul campo appunto nuovi spunti. La concessione demaniale è figlia di una tradizione che affonda nei secoli, partendo da contesti portuali in cui ancora non c’erano grandi infrastrutture. I potenti delle comunità locali ottenevano dall’autorità pubblica pezzi di porto per poterli gestire in maniera più efficiente. Insomma, quello di oggi è un sistema antico, radicato culturalmente. A questo contesto si aggiunge una dimensione europea che mira a dare maggiore competitività attraverso gare periodiche sempre più aperte. A me pare che l’Europa dica 'aumentiamo la concorrenza immettendo nuove regole'. Lo trovo curioso. Io non complicherei le regole sulle concessioni, le abolirei".

"Perché forse – continua Ottolenghi – avere gran parte del demanio ceduto ai privati, gestito secondo le regole del diritto privato, moralizzerebbe la vita portuale, porterebbe dei vantaggi ai porti, e permetterebbe una gestione dei poteri di indirizzo più serena. Oggi invece ci troviamo di fronte a una dinamica feudale: i terminal sono con un po’ come Mantova, data in concessione dal Barbarossa ai Gonzaga nel 1328 per meriti conquistati sul campo a difesa dell’Impero… che poi se la sono tenuta per cinque secoli. In Italia sono rarissimi i casi in cui una concessione è stata revocata, o quelli dove il concessionario sia effettivamente cambiato. Io penso avrebbe più senso un sistema più affine a quello della Gran Bretagna, dove lo Stato mantiene il controllo solo sulla banchina, mentre tutto il resto è gestito dai privati. Un sistema insomma più simile al governo di una città, dove l’investitore controlla il palazzo, lo stabile o l’albergo, mentre il regolatore concede l’uso della strada o del passo carrabile, e mantiene l’attività di programmazione".

"Oggi invece – conclude Ottolenghi – il sistema delle concessioni cattura il regolatore: un terminalista un po’ solido, ben radicato sul territorio, nella dialettica con il regolatore risulta più forte rispetto al presidente di un’Autorità di sistema portuale, che dura in carica solo pochi anni. E così, abbiamo visto finanziate opere immense con soldi pubblici che non hanno dato i ritorni previsti o società inadempienti a cui non è stata revocata la concessione. Faccio l’esempio di Taranto, sufficientemente lontano nel tempo per non offendere nessuno: lì è stato realizzato un porto che è costato tanti soldi a tutti. Quando il terminalista ha visto che l’attività non era più redditizia, ha abbandonato il porto e trasferito le gru da un’altra parte: io penso che se quel terminalista avesse comprato il terreno e investito soldi veri, le cose sarebbero andate diversamente. Con questo sistema, inoltre, anche le banche potrebbero sostenere meglio gli investimenti, in un contesto meno volatile, con beni ipotecabili e avendo loro stesse il potere di forzare l’uscita del terminalista inadempiente e rimettere il bene sul mercato”.

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