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Il prezzo del Covid: esportazioni -10% dall’Italia alla Cina

“Dalla Cina non si può prescindere”: parola di Sergio Miele, a lungo uomo di punta in Cina di Unicredit e oggi responsabile dello Sviluppo commerciale a Milano di Icbc, la Banca cinese di Industria e Commercio, 400 mila dipendenti e 20 mila filiali controllate direttamente da Pechino

di Alberto Quarati
2 minuti di lettura

Il porto di Shanghai

 

Pechino – “Dalla Cina non si può prescindere”: parola di Sergio Miele, a lungo uomo di punta in Cina di Unicredit e oggi responsabile dello Sviluppo commerciale a Milano di Icbc, la Banca cinese di Industria e Commercio, 400 mila dipendenti e 20 mila filiali controllate direttamente da Pechino.

Non si può prescindere in un momento di tensioni tra l’Europa e la Russia, e non si può prescindere perché il Paese sta diventando non più solo un posto dove delocalizzare perché produrre costa meno, ma sempre più un mercato di consumo.

Visto da Genova, il principale punto di passaggio dell’import-export verso il Dragone, il tema è ancora più centrale. Proprio per questo le imprese aderenti all’Italy China Council Foundation hanno lanciato un appello alle autorità presenti, in occasione del Forum economico per la Cooperazione italo-cinese, perché Pechino allenti le misure anti-Covid: "Andare in Cina - dice il presidente dell’Iccf, Mario Boselli - è indispensabile non solo per far funzionare attività già presenti ma soprattutto per avviarne di nuove, e poter costruire un rapporto con le controparti cinesi”.

I numeri dell’interscambio tra l’Italia e la Cina, fonte le Dogane cinesi, evidenziano un aumento dello squilibrio della bilancia dei pagamenti con la Cina già nel corso del 2021, riconducibile alla ripresa e all’aumento generalizzato dell’import italiano verso e oltre i livelli pre-pandemia, grazie a una pronunciata ripresa dell’attività economica e dei consumi interni.

Questo andamento si è accentuato nel 2022: complessivamente, l’interscambio nei primi 10 mesi è cresciuto del 9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, trainato dall’export cinese nella Penisola (+23%, pari a 43 miliardi di dollari), mentre l’import ha registrato un calo del 10% (23 miliardi, comunque sopra i livelli pre-pandemici): "Paghiamo - spiega Alessandro Zadro, responsabile del Centro studi dell’Iccf - sicuramente il prezzo delle chiusure in Cina dovuto alla pandemia: l’Italia, che lo scorso anno era arrivata a esportare 30 miliardi dollari, poco dietro alla Francia tra i partner commerciali di Pechino in Europa, è un Paese che esporta soprattutto beni di lusso e voluttuari, legati quindi alla circolazione delle persone”.

Le Regioni che più esportano verso la Cina sono i clienti del porto di Genova: Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, e le regioni cinesi che comprano più prodotto italiano sono quelle di Shanghai (il 44% del totale), Guangdong (12,2%, che è la ricca area tra Hong Kong e Macao) e Pechino (9%).

L’Italia è la 21esima fonte di importazioni per la Cina. Dall’indagine condotta dalla Fondazione sui grandi gruppi cinesi in Italia (sono 722) e le aziende italiane in Cina e a Hong Kong (2.100), emerge che la Cina guarda sempre più all’Italia come un’area dove investire nelle attività di Ricerca e sviluppo grazie all’alto livello di qualifica della sua forza lavoro: “La crescita degli investimenti italiani in Cina - si aggiunge però nel rapporto - è peraltro una misura necessaria anche per rispondere alla crescita qualitativa cinese”.

Le imprese italiane chiedono da un lato l’apertura agli investimenti esteri in determinati business che Pechino oggi riserva alla imprese locali; per contro Yan Lan, presidente della Camera di Commercio cinese in Italia, chiede che non si alzino barriere protezionistiche nei confronti degli investimenti cinesi in Italia.

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