L’export americano in difficoltà per la crisi dei container vuoti
Interi settori stanno pagando un prezzo alto per il boom dei noli dagli Usa all’Asia
Elisa Gosti
Gli esportatori americani di prodotti agricoli incontrano molte difficoltà a sistemare la merce nei container e a bordo delle navi da quando le aziende cinesi e gli spedizionieri internazionali hanno cominciato a monopolizzare il trasporto oceanico: a questo proposito i legislatori stanno cercando di migliorare la situazione mettendo a punto un nuovo disegno di legge ad hoc.
Alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti stanno lavorando affinché alcuni prodotti centrali nell’economia agricola americana, come ad esempio il riso, le mandorle, il fieno, la carne suina, quella bovina e il vino, possano tornare nuovamente ad attraversare l’oceano. Le tariffe di spedizione sono aumentate in modo esagerato per gli esportatori statunitensi, in alcuni casi sono addirittura raddoppiate negli ultimi mesi. Il fatto ancora più grave è che in alcuni casi non si trovano container disponibili neppure pagandoli a peso d’oro.
Questo perché gli esportatori cinesi, in risposta alla domanda record che ha caratterizzato il periodo dell’emergenza, stanno pagando una sorta di “premio” per far rientrare dagli Stati Uniti i container vuoti anziché caricati con prodotti destinati al mercato asiatico. «Nel mercato vinicolo, molti dei nostri membri, dai maggiori produttori fino alle enoteche, hanno vissuto una crescita significativa per quanto concerne le esportazioni ma si trovano nella situazione di dover tenere gli ordini bloccati in attesa della disponibilità della nave – spiega Honore Comfort, vicepresidente del marketing internazionale per il Wine Institute – Questo comporta ritardi e, quindi, conferisce un aspetto negativo ai risultati delle vendite. I clienti, in particolare in Asia ma anche in Europa e nel Regno Unito, non sono in grado di organizzare il trasporto di container dei vini della California». «Gli spedizionieri possono richiedere agli esportatori cinesi una cifra superiore a 10mila dollari per inviare un container negli Stati Uniti mentre i prezzi sono decisamente più bassi per quanto riguarda l’invio di prodotti agricoli e alimentari verso l’Asia, nonostante anche questi ultimi stiano crescendo» specifica Steve Vargas, senior vice-president della Global Rice Trading. Ecco perché gli operatori cercano di rivolgersi maggiormente ai grandi pagatori cinesi piuttosto che agli esportatori agricoli americani. «Chiaramente gli spedizionieri trovano più vantaggioso rivolgersi a chi può acquistare velocemente container al prezzo di 12mila dollari, piuttosto che dover riempire le navi con chi li paga 1.000 o 2.000 dollari ciascuno» continua Vargas. Tradizionalmente le navi arrivano dalla Cina nel porto californiano di Long Beach, scaricano i container e caricano i box destinati al mercato asiatico. Non solo: le navi, prima della traversata, aggiungono carico in altri porti come ad esempio Oakland, dove imbarcano riso destinato al Giappone e altri paesi. Tuttavia, quando queste operazioni richiedono molto tempo e allungano i tempi di rientro in Cina, il business diventa meno profittevole. Ecco perché, allo stato attuale, molto spesso le navi, una volta scaricato a Long Beach, rientrano subito in Cina, spesso imbarcando container vuoti.
Tutto questo rende estremamente più difficile, per gli esportatori americani, riuscire a trovare spazio per le proprie merci in partenza verso l’Asia: «Si tratta di un vero e proprio incubo per il nostro comparto produttivo – conclude Vargas – Si cerca di prenotare 50 container e si finisce con il riuscire a spedirne 15, dovendo sperare in un’ulteriore disponibilità la settimana successiva o quella dopo ancora. In questo modo è assolutamente impossibile riuscire mettere a punto un’adeguata programmazione dei flussi, con il rischio che la maggior parte della merce finisca col giacere nel magazzino in attesa di una possibile partenza».
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