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l’intervista

Nicolini (Confetra): “I porti italiani generano ancora poca ricchezza”

“Anche quando i volumi vanno bene, come avvenuto in tutto il decennio 2009–2018, il Pil del Paese non cresce”

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In un'economia interconnessa e per un Paese privo di materie prime e che esporta semilavorati e prodotti finiti, la competitività del settore logistico rappresenta un asset fondamentale per l’efficienza dell'intero Paese, per la sua manifattura e le sue strategie di posizionamento nel commercio internazionale e sui mercati globali. A sostenerlo è il presidente di Confetra, Guido Nicolini.

Quale è lo stato di salute dei porti italiani e dei loro retroporti?

«Se parliamo di volumi mi pare che la portualità italiana abbia già da tempo recuperato quelli pre-Covid, almeno per quanto riguarda contenitori e traffico Ro-ro. Maggiori difficoltà emergono invece per il traffico rinfusiero, ma su questo aspetto va considerato anche l’impatto del costo delle materie prime già nella fase del cosiddetto long covid economico, ed ora ancor di più a causa del conflitto in Ucraina. Il traffico crocieristico, spero, riparta definitivamente quest’anno. Sulla retro-portualità, mi pare siamo invece più indietro. Sia dal punto di vista infrastrutturale, vedi Livorno, Ravenna o Napoli, sia dal punto di vista economico–industriale, che poi è l’aspetto più importante».

Molti scali presentano evidenti criticità infrastrutturali. Quali sono i principali nodi da sciogliere?

«Come prima cosa si devono completare le opere previste, finanziate e quelle che in molti casi sono già in via di esecuzione. Penso a tutta la rete dei collegamenti legati ai Corridoi Ten-T, piuttosto che agli interventi lato mare a Livorno, La Spezia, Trieste e Napoli. Penso a tutte le opere previste prima in Connettere l’Italia, poi in Italia Veloce, che sono certamente quelle prioritarie. Immaginerei anche un importante piano nazionale dei dragaggi e della manutenzione dei fondali: una risposta programmatica e certa ad un grande tema che non può essere lasciato, scalo per scalo, di volta in volta, sulle spalle del singolo presidente dell’Autorità di sistema portuale di turno».

Crede che, grazie ai fondi del Pnrr, gli scali italiani possano risolvere buona parte dei lori problemi?

«Il problema principale dei porti italiani, e dell’intera logistica italiana, è che generano poca ricchezza. Anche quando i volumi vanno bene, come avvenuto in tutto il decennio 2009–2018, il Pil del Paese non cresce. Nel decennio pre-Covid abbiamo avuto un aumento complessivo del trasporto merci superiore al 2%, in alcune modalità addirittura del 5–8%, nei porti i teu non sono mai scesi sotto i 10–11 milioni e i passeggeri hanno toccato punte di 12 milioni. Eppure il Pil del Paese è stato in stagnazione per tutto questo lungo periodo, crescendo in dieci anni dello 0,2%. E’ ovvio che il Pil non lo faccia da solo la logistica. Ma un Paese con 8400 chilometri di costa, che si è autodefinito “piattaforma logistica nel Mediterraneo”, che è attraversato da ben quattro Corridoi Ten-T, e che sta spendendo oltre 90 miliardi di euro in opere infrastrutturali, dovrebbe pretendere di più dal nostro settore rispetto alla ricchezza generale prodotta».

Possono esserci delle conseguenze sull’andamento dei traffici dovute alla guerra in Ucraina?

«Certo, le conseguenze per i porti italiani ci sono: ovviamente a partire da quelli che movimentano in particolare modo materie prime. Il recente grido di allarme lanciato dal porto di Ravenna è molto significativo e non deve essere trascurato. Lo scalo di Ravenna è infatti il più importante d’Italia per la movimentazione di prodotti verso Kiev e l’invasione russa e la conseguente interruzione delle rotte commerciali da e verso il Mar Nero rischiano di presentare un conto salato alle banchine romagnole. Delle tremila navi arrivate lo scorso anno a Ravenna, 500 provenivano dal Mar Nero. In particolare, circa 200 dall'Ucraina e 160 dalle coste russe, rotte che al momento sono totalmente interrotte».

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