L’interscambio commerciale fra Italia e Asia ha subito una battuta d’arresto
L’Italia è ormai da diversi anni l’ottavo fornitore dell’Asia centrale ed orientale, ma vede la sua quota erodersi progressivamente: si è infatti passati dal 3,3% del totale del 2020 all’1,7% del 2024. Stiamo perdendo posizioni anche come clienti, anche se la quota è in crescita
Il Kwai Chung container terminal a Hong Kong
(afp)Dopo un fortissima crescita nel biennio 2021-2022, l’interscambio commerciale fra Italia e Asia ha subito una battuta d’arresto che continua a far sentire i propri effetti. Secondo i dati contenuti nell’Osservatorio economico Asia centrale e orientale del ministero degli Affari esteri, il valore delle merci scambiate nel 2023 ha fatto registrare un calo del 6,4% a 151,7 miliardi di euro, dopo il +33,7% del 2022 e il +20,8% del 2021. La contrazione è proseguita nei primi sei mesi di quest’anno, durante i quali il valore dell’interscambio è sceso a 72,3 miliardi (-8,8%). Quest’anno entrambe le componenti hanno fatto registrare un rosso: l’export italiano è diminuito del 10% a 28,2 miliardi, mentre l’import ha lasciato sul terreno l’8% a 44 miliardi. La bilancio commerciale mostra dunque un saldo negativo di quasi 16 miliardi. La dinamica era stata differente nel 2023 con le esportazioni in crescita (+6,3% a 59,7 miliardi) e l’import in calo (-13,2% a 92 miliardi). Nei confronti di questa parte del mondo il deficit commerciale annuo è quindi pari a 32 miliardi di euro, in fortissima crescita rispetto al periodo pre-Covid, quando si attestava sui 12 miliardi di euro. La principale destinazione del nostro export è la Cina (7,8 miliardi nei primi sei mesi di quest’anno, pari al 27,6% del totale dell’export verso la regione), seguita dal Giappone (4,2% pari al 15%), Corea del Sud (3,2 miliardi; 11,3%) e India (2,6%; 9,2%). Viceversa le importazioni arrivano soprattutto dalla Cina (23,6 miliardi di euro nei primi sei mesi di quest’anno, pari al 53,7 del totale dell’import dalla regione), seguita dall’India (4,7 miliardi; 10,8%), Corea del Sud (2,6 miliardi; 5,9%) e Giappone (2,3 miliardi; 5,3%).
L’Italia vende soprattutto prodotti tessili (6,8 miliardi nel primo semestre del 2024), macchinari (5,4 miliardi), prodotti alimentari (2,3 miliardi) e chimici (2,1 miliardi), mentre compra prodotti chimici (5,9 miliardi), prodotti tessili (5,5 miliardi), apparecchi elettronici (5,5 miliardi) e metalli (5,3 miliardi).
L’Italia è ormai da diversi anni l’ottavo fornitore dell’Asia centrale ed orientale, ma vede la sua quota erodersi progressivamente: si è infatti passati dal 3,3% del totale del 2020 all’1,7% del 2024. Stiamo perdendo posizioni anche come clienti, anche se la quota è in crescita: eravamo al quarto posto nel 2020 con una quota del 4,7% e siamo scesi al quinto quest’anno (con una quota del 5,2%). Ha fatto eccezione il 2023, anno durante il quale siamo stati il terzo cliente dell’area con una quota del 6,1%.
Di particolare interesse sono i dati relativi agli investimenti diretti, con significativi flussi dall’Italia verso l’Asia e flussi quasi nulli nella direzione opposta. Nel 2022 (ultimi dati disponibili) il Belpaese ha investito ben 4 miliardi di euro, portando lo stock complessivo a 37 miliardi, mentre i Paesi asiatici hanno investito in Italia solamente 189 milioni (lo stock è così arrivato a 5,7 miliardi). Questa dinamica non rispecchia però quanto avviene nel resto del mondo, dove il gap è sempre a favore dell’Asia, ma in misura molto meno marcata. Nel 2022 sono affluite verso quella regione complessivamente 621 miliardi di euro, mentre hanno preso la direzione opposta 470 miliardi. La situazione non è cambiata molto nel 2023 (dati già disponibili), ma è nel corso di quest’anno che dovrebbe esserci un significativo punto di svolta. Secondo le stime infatti gli investimenti diretti in uscita (663 miliardi) supereranno quelli in entrata (503 miliardi). Come visto, però, non prenderanno la strada dell’Italia, che rischia così di perdere il treno rappresentato dall’area economica a maggior tasso di sviluppo su scala globale.
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