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Pessina (Federagenti): “Ecco perché è necessario un database dei terminal portuali italiani”

“Lo abbiamo proposto vista la possibile revisione del Pnrr che appare inevitabile alla luce dei ritardi che incombono sulla maggioranza delle opere finanziate attraverso questo strumento straordinario”

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Paolo Pessina

 

Come giudica lo stato di salute del settore logistico nel nostro Paese? «I politici userebbero un termine suggestivo: magmatica. In effetti – dice Paolo Pessina, presidente di Federagenti - la logistica è forse l’attività maggiormente protagonista e al tempo stesso oggetto di cambiamenti epocali. È sufficiente pensare a come l’E-commerce sta incidendo su modalità e flussi di trasporto e distribuzione delle merci. Il processo di digitalizzazione in atto sta imponendo anche cambi di passo nelle procedure e nei rapporti fra i grandi player del settore logistico e i fornitori di servizi di trasporto. E non abbiamo ancora contezza di quali saranno le conseguenze di una introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale. Un discorso a parte andrebbe poi fatto per le infrastrutture ovvero per le scelte e i metodi che dovrebbero presiedere alla realizzazione di nuove opere infrastrutturali in grado di far funzionare la logistica nel suo complesso ed efficientare, nel nostro caso, la relazione con i porti».

Quali sono i principali investimenti richiesti dalla categoria che rappresenta?
«Credo che il primo investimento debba essere sul metodo e sulle norme. La nostra struttura logistica, così come quella portuale, è ancora troppo appesantita da una burocrazia che potrebbe condizionare negativamente, quando e se ciò si verificherà, una crescita massiccia dei traffici nei principali porti italiani. Crediamo quindi debbano essere accelerati gli investimenti in digitalizzazione, in semplificazione dei processi, oltre a quelli in atto nella realizzazione di nuove infrastrutture la cui entrata in servizio dovrà essere oggetto di un forte coordinamento temporale e operativo».

Parliamo della vostra ultima proposta.
«Un database dei terminal, non solo container, progettati o in costruzione nei vari porti italiani, e quindi una mappa che evidenzi da un lato le tipologie di traffico e dall'altro la domanda effettiva del mercato per tali tipologie di merci e servizi in determinate aree del Paese. Lo abbiamo proposto vista la possibile revisione del Pnrr che appare inevitabile alla luce dei ritardi che incombono sulla maggioranza delle opere finanziate attraverso questo strumento straordinario».

Il Canale di Suez ha visto ridurre drasticamente i passaggi delle navi a causa dell'instabilità che si è creata in quell'area geografica. Ritiene che la situazione possa tornare alla normalità?
«Proprio in queste ore si registrano dichiarazioni bellicose da parte dei ribelli Houthi. Il che contribuisce ad alimentare un clima di incertezza sui traffici che abitualmente transitavano attraverso Suez. Le grandi compagnie, specie container, continuano a preferire la rotta che prevede la circumnavigazione dell’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza. Siamo comunque fiduciosi che, con una scelta obbligata su Gaza, scelta che interessa anche tutti i principali Paesi arabi, si arriverà a un progressivo ripristino della normalità attraverso Babel Mandeb e il Mar Rosso. Sui tempi purtroppo non disponiamo di una sfera di cristallo».

Quanto la guerra in Ucraina sta ancora pesando sul traffico marittimo che tocca anche i nostri porti?
«Indubbiamente sono cambiate le rotte e le provenienze di alcune materie prime di importanza vitale per le attività produttive o, come nel caso dei cereali, per il sostentamento di estese comunità: è il caso dei Paesi del Nord Africa. Nel caso dell’Italia a titolo di esempio è venuta a mancare l’argilla determinante per l’industria delle piastrelle. Anche nel caso dell’Ucraina il caos di queste ore nella diplomazia occidentale fa temere che i tempi di un cessate il fuoco o di un accordo di pace non siano brevi come si poteva sperare».

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