Il retroscena

«Porteremo viala Concordia»

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Isola del Giglio - L’altro comandante è rimasto qui. Roberto Ferrarini, 48 anni, direttore delle operazioni marittime di Costa Crociere e soprattutto «designated person at shore» come vuole il regolamento dell’Imo, l’International maritime organization. Vuol dire che è responsabile insieme a Francesco Schettino di quanto è successo, e non solo perché il comandante della Concordia lo chiama in causa. Lo stabilisce la convenzione. Tanto basta. Ferrarini è arrivato al Giglio nella notte del naufragio, all’alba, e da allora comanda quel che resta della nave come se galleggiasse ancora, perché anche lui è un capitano di lungo corso e questo è l’incarico che gli hanno affidato: non lasciarla diventare un relitto, restituirle in qualche modo l’onore. «Non dico niente. Disposizioni». E tuttavia non serve parlare, a volte, anzi è persino meglio tacere mentre la motovedetta V-2030 della Guardia di Finanza si spinge fin sotto lo squarcio di poppa, faticosamente, con il mare al traverso che monta sotto il vento di maestrale.

Le sette tonnellate di granito conficcate nello scafo le hanno viste tutti, ma lo strazio per un comandante è guardare i gabbiani che si accapigliano sulle viscere della nave, su quel che esce dalla ferita aperta: c’è anche del cibo. Ferrarini indossa un barbour e un paio di pantaloni blu, calza scarpe da vela, si ripara dalle raffiche tuffando nella sciarpa grigia la faccia da bambino timido e occhialuto. Il contrario di Schettino, o forse il suo complemento, il «clandestino» di Conrad che si nascondeva nella cabina del comandante. Chissà se davvero gli ha detto «da te non me l’aspettavo», quando ha capito che la Concordia stava colando a picco. Chissà se davvero ha negato i rimorchiatori per non perdere la nave, perché i rimorchiatori non fanno soccorso ma salvataggio e avrebbero potuto avanzare pretese sulla proprietà.

«Mi hanno rubato il boma, questo lo posso dire». Il boma regge la vela del “laser” che Ferrarini timona nel mare di Cogoleto, socio apprezzato del locale club nautico, e anche questa piccola divagazione tradisce lo stato d’animo di una persona straziata nel profondo, «come tutti». Più di tutti. Un “laser” senza il boma non può navigare, è come la Concordia che sembra una balena bianca spiaggiata e non si muove più dall’ingresso del porto del Giglio, beccata da stormi di gabbiani ingordi e senza rispetto. L’ammiraglio Ilarione Dell’Anna era al fianco del capitano di fregata Gregorio De Falco, la notte del naufragio, e fu lui a stabilire la linea aggressiva poi tanto applaudita dall’opinione pubblica: «Non potevamo fare altrimenti. Il comandante Schettino sembrava annientato dall’enormità dell’avvenimento».

E Ferrarini? Dall’altra parte c’era questo signore dai modi gentili, mantovano di nascita, genovese d’adozione e adesso savonese per stare più vicino alle sue navi: ha cambiato casa, a Cogoleto ha lasciato solo la barca. L’ammiraglio Dell’Anna confessa che «in questi giorni mai abbiamo parlato di quella notte ma solo di panne, di bonifica, di quando la Costa riuscirà a portare via la Concordia». Lui aspetta la convocazione della procura senza scomporsi, agli intimi ha confidato di aver fatto quello che doveva. Ha accolto con un sorriso triste l’ultima bordata della magistratura, «Schettino era inadeguato, ma chi sceglie i comandanti?», come se le navi venissero affidate al primo che passa, magari raccomandato, e la selezione non fosse feroce.

Ferrarini non parla, ma vorrebbe dirlo, che in mare non funziona come a terra, e che in tanti sono rimasti sovrastati dall’insostenibile peso psicologico della tragedia. Non i naufraghi, ci mancherebbe, loro hanno tutte le ragioni del mondo. Ma i magistrati. I commentatori. Gli uomini delle assicurazioni che sono peggio dei gabbiani quando si avventano sulla preda. Ferrarini quella notte prese in mano il timone della Concordia che era troppo tardi, e fece del suo meglio, e chiamò l’amministratore delegato che dormiva nella sua bella casa di San Michele di Pagana perché così funziona, e ascoltò con il cuore stretto l’invocazione di Pier Luigi Foschi, Cristo!, e poi suggerì possiamo fare così e così. La decisione presa sulla plancia della gloriosa Costa Crociere non fu la migliore, probabilmente, ma è sempre difficile governare una nave stando a terra. Ferrarini ha gli occhi lucidi, quando dice «la porteremo via».

Paolo Crecchi