La protesta

“Assalto” ad Arison:«Paga le tasse in Usa»

2 minuti di lettura

Miami - Nella classifica stilata dal senatore indipendente Bernie Sanders, Carnival risulta tra le prime 10 grandi corporation americane che non pagano le tasse negli Stati Uniti, in compagnia di colossi come Exxon Mobil, General Electric o Goldman Sachs. Secondo il New York Times, il gruppo di Miami negli ultimi cinque anni avrebbe incassato 11 miliardi di utili, ma di tutto questo nelle casse dello Stato è entrato solo l’1,1%.

Ma la crisi si fa sentire anche a Miami, che sotto l’immagine patinata contende a Detroit il poco invidiabile primato di città più povera degli Stati Uniti. «Carnival non riempie i buchi nelle strade» è quello che si sente dire spesso da queste parti. Perché il gruppo di Micky Arison, pur avendo il suo quartier generale nel sobborgo di Doral, ha la sua sede legale a Panama, ed è lì che paga le tasse sugli utili. Stesso discorso per la concorrente Royal Caribbean, che ha il suo domicilio fiscale addirittura in Liberia. A questo proposito, già nel 2002, il Miami New Times aveva pubblicato le “10 domande per Micky”, puntualmente inevase.

Quest’anno la questione si è riproposta, complice la crisi economica, le elezioni presidenziali e il fenomeno Occupy Wall Street (in Florida il movimento si chiama 1Miami), e così sono un po’ di giorni che Arison fa vita difficile. All’inizio del mese un gruppetto di contestatori, a bordo di tre barchini, ha tenuto sotto assedio il mega-yacht “Mylin IV” del patron di Carnival (peraltro registrato alle Isole Cayman, per motivi fiscali). «Un atteggiamento violento» ha tagliato corto lui, ma di nuovo i contestatori si sono fatti vivi all’assemblea degli azionisti Carnival, scatenandosi al momento della sessione “Domande e risposte” curiosamente non trasmessa su internet dalla compagnia, a differenza del resto.

«Questa storia delle tasse è insultante - è sbottato a un certo momento Arison - noi in tutto il mondo paghiamo 400 milioni di imposte l’anno». Ma il problema dei contestatori è proprio questo, come riporta la giornalista Nicole Sanders: in tutto il mondo, non in Usa. «Signor Arison, sono andata a controllare l’aliquota della tassa sulle entrate negli Stati Uniti. È del 35%. Lei lo paga questo 35%?» oppure: «Signor Arison, non pensa che pagare le tasse ci aiuterebbe a migliorare la nostra immagine dopo il disastro della “Concordia”?». «Deduco che a lei non interessa il fatto che paghiamo 400 milioni in tutto il mondo...». «Esattamente».

Il problema è antico. Per decenni Ted Arison, magnate americano-israeliano papà di Micky e fondatore di Carnival a metà anni Sessanta, è stato indicato dai suoi detrattori come uno dei più formidabili elusori fiscali in America. Nel 1990 ha rinunciato alla cittadinanza americana per tenersi quella in Israele.

E del resto, nota l’avvocato Jim Walker, uno dei più acuti e velenosi osservatori del mondo crocieristico di Miami, «Arison non paga le tasse negli Stati Uniti, ma spende milioni di dollari per stipendiare i campioni degli Heat» la squadra di basket di Arison, tra le più forti della Nba. «Peccato che poi, anche grazie alla normativa panamense, ai suoi dipendenti in malattia conceda 12 dollari al giorno. Con cui non ti compri nemmeno una birra e un hot-dog allo stadio di pallacanestro...».

A. Qua.