CAUSA con costa
Schettino controla legge Fornero
Genova - In una causa di lavoro in cui si parla di tutto tranne che di lavoro, i (sinistri) giochi di parole si sprecano e richiamano di continuo il vero convitato di pietra di questo processo: il naufragio del Giglio. C’è la gaffe dell’avvocato di Francesco Schettino, che in questa sede, dove ieri non si è presentato, veste i panni del lavoratore licenziato ingiustamente: «Siamo tutti sulla stessa barca», dice il legale. E non si riferisce alla Concordia, ma alla “legge Fornero”, che adesso rischia di essere letteralmente affondata dal grande imputato del disastro in cui hanno perso la vita trentadue persone.
È iniziata ieri, in un’aula insolitamente affollata, la controversia tra impresa e dipendente più seguita del momento. Da un lato c’è Francesco Schettino, il comandante che abbandonò la nave, protagonista suo malgrado di quel «ritorni a bordo, cazzo!”» intimatogli dal capitano di fregata Gregorio De Falco, lo stereotipo del marinaio italiano refrattario alle responsabilità, divenuto così famoso da finire persino nelle battute amare del David Letterman Show. Dall’altro c’è Costa Crociere, la società da cui dipendeva, che dopo la tragedia avvenuta a largo dell’isola toscana lo ha silurato.
Qui, di fronte al giudice del lavoro di Genova, Francesco Schettino è (o vorrebbe essere) solo un comune lavoratore che ritiene di aver subito un torto dal padrone. «E tra l’altro è senza stipendio da febbraio», dice una sola volta il suo difensore Rosario D’Orazio. Il suo j’accuse punta dritto al modo scelto dalla compagnia per sbarazzarsi dell’ingombrante Schettino: il cosiddetto “rito Fornero”.
In parole semplici si tratta di un articolo della nuova riforma sull’impiego del governo Monti che velocizza i tempi della giustizia in questo tipo di cause, per snellire eventuali reintegri. Problema: «In teoria - argomenta D’Orazio - È stata concepita per aiutare i licenziati, non il contrario». Secondo problema: «Se avvantaggiasse una parte sull’altra - replica Camillo Paroletti, giuslavorista che rappresenta Costa Crociere - Sarebbe incostituzionale».
Che fare dunque? Il giudice per il momento si è riservato e ha rinviato la decisione al 9 gennaio. Ma esiste una possibilità molto consistente che il dilemma venga sottoposto alla Corte Costituzionale. Tanto più che l’ambiguità della legge sembra essere l’unica cosa che mette d’accordo accusa e difesa.
Nelle settimane scorse Schettino aveva provato a cercare una mediazione con la compagnia. Prima attraverso una lettera indirizzata alla Direzione provinciale del lavoro genovese, poi richiedendo che il caso fosse valutato di fronte a un collegio arbitrale. Nessuna delle due strade ha avuto sbocco. E la possibilità di un accordo stragiudiziale, resa difficile anche da punti di partenza molto distanti, fanno sapere fonti che hanno seguito la trattativa, alla fine è sfumata.
È evidente che in ballo, in questa controversia, c’è ben di più del posto di lavoro del comandante. Schettino è al tempo stesso imputato per omicidio plurimo colposo, abbandono della nave e disastro ambientale a Grosseto, nel processo penale per la tragedia della Concordia. Superato il dubbio sulla legittimità della norma, ciò che chiede Costa di fatto è un giudizio sul merito della vicenda: era giusto licenziare Schettino? Una domanda a cui non si può rispondere senza porsi un altro interrogativo: il comandante ebbe responsabilità nel naufragio? Il parere del tribunale del lavoro, naturalmente, non sarebbe vincolante sul giudizio parallelo. Ma se arrivasse per primo avrebbe comunque un suo peso.
MARCO GRASSO
© riproduzione riservata