Porti, l’insostenibile pesantezza dell’essere sindacato

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Rappresentatività, passioni, valori. Possibilità pratica di aggregazione. E, naturalmente, un po’ di talento. Il sindacato è la sola componente sociale virtualmente in grado di fare oggi la differenza. Incoraggiando, ad esempio, la modernizzazione del sistema portuale e l’uscita dal limbo del Pd con Matteo Mauri. Facendo pressing su governatori, istituzioni e imprese. Sostenendo senza pregiudizi i pochi lampi riformisti che emergono dalla maggioranza. Partecipando al dibattito politico innescato dall’Autorità portuale di Genova. Costringendo il governo al confronto per valorizzare i porti che valgono, sulla base di un progetto innovativo e usando se necessario l’arma dello sciopero.

Ma il sindacato è assente, sparito, volatilizzato. Incapace di raccogliere adesioni e di alimentare nel Paese un forte consenso al cambiamento. C’è stato un tempo, a Genova, in cui andava a traino della Culmv, del Cap e del Partito (il Pci). Oggi è ancor peggio. Appesantito, burocratizzato, imbavagliato, il sindacato sembra ripiegato solo nella deprimente difesa dell’esistente, che assicura continuità di potere trasversale. Delle 25 o 26 Autorità portuali, dei negoziati surreali con Matteoli (clamoroso il caso-Tirrenia), della convinzione che una riforma falsa, senza soldi, accentratrice e ancora una volta schiava degli interessi di “tutti” possa garantire la tenuta dei porti e del lavoro. Incapace di smuovere i muri della conservazione bipartisan, il sindacato si adegua. Allo scippo di aree pregiatissime come quella di Cornigliano, agli accordi di programma che valgono meno di niente, ai piani industriali mai rispettati, all’inesistente federalismo competitivo, ai finanziamenti regalati ad Ancona e negati a Genova. Alle sofferenze dei portuali, forse oggi troppo silenziosi e riformisti per fare notizia. Uno degli interrogativi ricorrenti su Pilotina, riguarda proprio la rappresentatività del sindacato, a tutti i livelli. Correttamente bisogna riconoscere che spesso la risposta del mondo marittimo è diversa da quella del mondo industriale.

Nello shipping le relazioni sindacali sono buone. Gli ultimi contratti di lavoro sono stati firmati senza un solo giorno di sciopero, armatori e sindacati sono uniti nella lotta alle bandiere ombra. Sono state adottate misure severe contro le ‘carrette del mare’. E’ sempre più diffusa l’applicazione dei minimi sindacali internazionalmente ratificati. Nei porti, c’è anche chi ha affrontato con senso di responsabilità la crisi dei traffici, in sinergia con quasi tutti i terminal italiani. Nessun licenziamento finora nei porti di destinazione finale, marginale il ricorso alla cassa integrazione. Ma alla resa dei conti, quello che emerge è sempre il sindacato dell’automobile. Delle battaglie di retroguardia in Fincantieri. Del massimalismo Fiom in Fiat. Strategie per i porti? Mai pervenute.