Per le navi del futuro Fincantieri sceglie l’idrogeno
Genova - «L’obiettivo è progettare e realizzare i nuovi tipi di imbarcazione entro i prossimi cinque anni».
Francesco Margiocco
Genova - Gli addetti ai lavori la chiamano “range anxiety”: è l’ansia che l’auto con motore elettrico non abbia l’autonomia sufficiente per arrivare a destinazione. Se poi il motore elettrico è su una nave, l’ansia diventa una certezza. Trovare una stazione di ricarica in autostrada è difficilissimo, trovarla in alto mare è impossibile.
La legge però non bada a queste sottigliezze. Entro il 2020 la normativa Imo, International maritime organization, braccio blu dell’Onu, imporrà il limite dello zolfo contenuto nei fumi delle navi allo 0,5%, obiettivo ottenibile oggi con i catalizzatori (scrubber) oppure usando carburante a basso contenuto di zolfo, costoso e inefficiente, oppure con sistemi ibridi in cui motori tradizionali, a gasolio, convivono con altri più moderni e a emissioni zero.
Fincantieri è sempre più impegnata nell’attività di ricerca sulla propulsione a idrogeno. Dal 2013 al 2015 ha finanziato un progetto dell’Università di Genova, Teseo, che ha dimostrato la possibilità di adattare ad uso navale le celle a combustibile impiegate dall’industria automobilistica. Ora con lo stesso gruppo sta per inaugurare un nuovo laboratorio che avrà per scopo la realizzazione di un’imbarcazione di 24 metri, dimostrativa, con propulsione a idrogeno.
Thomas Lamberti, ingegnere navale 32enne, è uno dei ricercatori universitari coinvolti nel progetto. «La propulsione a idrogeno ha il vantaggio di generare l’energia di cui ha bisogno. Per ricaricarsi non deve attaccarsi con la spina alla rete elettrica. La corrente viene generata dalla reazione elettrochimica tra l’idrogeno conservato a bordo e l’ossigeno presente nell’aria».
Nell’industria automobilistica le celle a combustibile o “fuel cell” che generano energia dalla reazione tra idrogeno e ossigeno sono una realtà da qualche anno ma scontano i limiti della rete distributiva, basti pensare che in Italia l’unica stazione di rifornimento è in Alto Adige, a Bolzano. Nell’industria navale, i problemi sono amplificati dalle lunghe distanze da percorrere e dall’impossibilità di fare il pieno di idrogeno nel mezzo dell’oceano. «Esistono - sintetizza Lamberti - tre modi per conservare l’idrogeno. In forma liquida, in forma compressa o con gli idruri metallici» che sono, in parole semplici, polveri metalliche all’interno di bombole e in grado di assorbire l’idrogeno. Hanno il pregio di poterne immagazzinare grandi quantità, il difetto di pesare molto più di una bombola di gas.
Fincantieri ha deciso di esplorare questa tecnologia. «Vogliamo conoscere molto bene la propulsione a idrogeno - spiegano dalla società - per progettare e realizzare navi pienamente adatte alla sua installazione». Il gruppo cantieristico italiano si è dato un «orizzonte temporale di 3-5 anni». La collaborazione con Fincantieri ha convinto la Scuola politecnica dell’Università di Genova a investire sempre più energie e lavoro nella ricerca sull’idrogeno. Ne è nata anche una piccola azienda, H2Boat, che per ora ha la forma di uno spin-off universitario con otto soci, tra cui Lamberti e il preside della Scuola, Aristide Massardo. Il prodotto-vessillo di H2Boat è un tipo particolare di bulbo - la zavorra di piombo della deriva delle barche a vela - che anziché essere pieno di piombo è pieno di idruri metallici che ospitano l’idrogeno e permettono all’imbarcazione di generare l’energia necessaria al fabbisogno elettrico di bordo. «Lo presenteremo al prossimo Salone nautico», annuncia Lamberti.
Qui l’idrogeno ha una funzione complementare. Alimenta la corrente sulla barca e fa girare il motore quando serve. Lo stesso vale per le navi di più grandi dimensioni. «Difficile, anche in un futuro lontano, immaginare navi interamente alimentate a idrogeno. Questo perché - spiega Lamberti - l’idrogeno ha una bassissima capacità energetica in termini di peso e volume». Un chilo di idruri metallici genera 0,33 chilowattora. Un chilo di gasolio ne genera 11. «Sulle navi del futuro - prevede Lamberti - avremo sistemi ibridi. Useranno la propulsione a gasolio nelle aree controllate, come i nostri porti. Ma in mare aperto bruceranno gasolio».
I commenti dei lettori