Genova, la giungla degli oleodotti / FOCUS
Genova - Un labirinto di tubi,delicati e pericolosi, ma con percorsi spesso “misteriosi”. Perché anche quando i loro tracciati sono noti, succede che non sempre si trovino alla profondità dichiarata o presunta. È la giungla degli oleodotti che scorre sotto ampie zone della città e dei dintorni di Genova
Annamaria Coluccia
Genova - Un labirinto di tubi, delicati e pericolosi, ma con percorsi spesso “misteriosi”. Perché anche quando i loro tracciati sono noti, succede che non sempre si trovino alla profondità dichiarata o presunta. È la giungla degli oleodotti che scorre sotto ampie zone della città e dei dintorni di Genova, per lo più per trasportare il petrolio dal porto di Multedo a depositi e stabilimenti che si trovano anche a molti chilometri di distanza. Una giungla già altre volte alla ribalta della cronaca per fatti negativi e talvolta anche gravi, anche prima della rottura dell’oleodotto responsabile del disastro ambientale che ha colpito in questi giorni la Valpolcevera.
MAPPA DA COMPLETARE
Era accaduto per esempio nel luglio 2011, quando all’angolo tra via Merano e via Bressanone, a Sestri Ponente, la trivella di un cantiere stradale aveva centrato una condotta che trasportava benzina dal porto petroli di Multedo ai depositi Seapad della Iplom a Fegino. Il carburante inondò le vie del quartiere e alcuni palazzi furono evacuati, con molti disagi e molta paura. L’azienda che aveva eseguito lo scavo e la società committente, Genova Reti Gas, si erano difese spiegando di non aver avuto elementi che segnalassero lì la presenza di quella condotta.
«Che lì ci fosse un oleodotto, però, si sapeva» ricorda il vicesindaco e assessore all’Urbanistica Stefano Bernini, che allora era presidente del municipio Medio Ponente. «Il Comune adesso ha una mappatura degli oleodotti e delle infrastrutture sotterranee di grandi dimensioni - aggiunge -. Quelle principali sono segnalate anche nel Piano urbanistico comunale e stiamo adeguando via via la mappatura delle infrastrutture più piccole. Il punto è che non sempre i tubi si trovano alla profondità indicata sulle mappe perché le ditte non sempre fanno i lavori rispettando quei limiti di profondità». E Bernini cita quanto era accaduto per esempio durante i lavori per il torrente Chiaravagna: «Una condotta del gas era stata segnalata a un metro e mezzo di profondità e invece la ruspa l’ha trovata dopo aver scavato per soli 50 centimetri...». L’episodio per fortuna, non ebbe conseguenze, ma è evidente che, trattandosi di condotte che trasportano materiali pericolosi, il fatto che possano trovarsi a livelli diversi da quelli segnalati non è un dettaglio di poco conto, perché gli effetti possono essere molto gravi.
Un altro aspetto è poi quello della segnalazione degli oleodotti per i cittadini comuni. «Le mappe non possono essere rese pubbliche per ragioni di sicurezza, perché le condotte potrebbero essere bersaglio di eventuali attentati - spiega Bernini - Fuori dal territorio urbano, però, ci sono indicazioni sulla presenza degli oleodotti. Certo non si trovano ogni cento metri».
I PIANI DI EMERGENZA
Ma gli oleodotti sono anche oggetto di norme di legge complesse e non del tutto lineari per quanto riguarda le misure da adottare in situazioni di emergenza. Martedì scorso in Prefettura il responsabile Sicurezza e ambiente della Iplom, Gianfranco Peiretti, ha spiegato che la legge Seveso non prevede piani di emergenza esterna per gli oleodotti, piani cioé per ridurre l’impatto di eventuali incidenti sul territorio, e che la Iplom ha un suo piano di emergenza-oleodotti interno.
Leggendo tuttavia l’ultimo decreto legislativo(del giugno 2015) sul “controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con sostanze pericolose”, si scoprono alcune norme che non sembrano del tutto coerenti fra loro. All’articolo 2 si dice, infatti, fra l’altro, che il decreto si applica agli stabilimenti ma non “al trasporto di sostanze pericolose in condotte (...)”. Quando poi, però, si dà la definizione di stabilimento si spiega che si intende “tutta l’area sottoposta al controllo di un gestore, nella quale sono presenti sostanze pericolose all’interno di uno o più impianti, comprese le infrastrutture o le attività comuni o connesse”. Un oleodotto, quindi, non è anche un’infrastruttura?
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