Anche le navi fra i rifiuti “banditi”dalla Cina

Genova - Due nuove liste entreranno in vigore a fine 2018 e 2019.

di ALBERTO GHIARA

Genova - Ci sono anche le parti di navi in demolizione e il rottame di acciaio inossidabile nel divieto di importazione di rifiuti da riciclare che la Cina ha deciso di estendere a nuovi prodotti.

Il primo stop era arrivato con un provvedimento del 2017, entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno, che proibiva l’importazione in Cina di 24 tipi di rifiuti. Fra questi anche plastica e carta. Adesso è arrivato un nuovo provvedimento che farà entrare nella lista 16 nuovi prodotti a partire dal 31 dicembre 2018. Altri 16 verranno vietati dal 31 dicembre 2019, per un totale di 56 tipologie. E’ stato calcolato che nel 2015 il traffico di rifiuti da riciclare verso la Cina corrispondeva a 47 milioni di tonnellate, quasi quanto l’intero traffico di un porto come quello di Genova.

Il ministero cinese dell’Ecologia e dell’ambiente ha spiegato in una nota che la decisione è mirata a ridurre l’inquinamento ambientale: «Sedici tipi di rifiuti solidi, compresi rottami compressi di automobili e navi da demolire, non potranno più essere importati a cominciare dal 31 dicembre 2018. Altri sedici tipi, fra cui rottami di acciaio inossidabile, saranno banditi a cominciare dal 31 dicembre 2019. La Cina - prosegue il comunicato del ministero - ha cominciato a importare rifiuti solidi come fonte di materie prime negli anni 1980 e per anni è stata la maggiore importatrice mondiale di materiale riciclabile».

L’enorme massa di materiale che arrivava da tutto il mondo ha creato un’industria del riciclo che, anche in Italia, beneficiava della possibilità offerta dalla politica cinese. Ma questa attività si è evidentemente rivelata difficile da controllare. Spiega ancora il ministero: «I rifiuti solidi contengono spesso elementi pericolosi se non vengono trattati correttamente. La Cina ha deciso di interrompere gradualmente le importazioni dei rifiuti solidi che possono essere rimpiazzati da risorse domestiche entro la fine del 2019».

La prima toranta di divieti decisa nel 2017 aveva colpito un traffico che Drewry ha quantificato in oltre quattro milioni di teu all’anno, l’equivalente di quanto movimenta il maggior porto container del Mediterraneo, quello di Valencia. Di questi, due milioni e mezzo di teu erano dedicati alla carta, quasi 700 mila alla plastica e 300 mila teu alle scorie di metalli non ferrosi. Gli operatori del settore si erano mobilitati per chiedere a Pechino di ammorbidire le proprie posizioni, ma il divieto è entrato in vigore a gennaio, con effetto dal primo marzo. Non sono stati più accettati carta da riciclare non differenziata, scorie di vanadio e materiali di scarto del settore tessile.

Per il settore dei container, il mercato dei rifiuti da riciclare fra Occidente e Cina è stato finora rilevante in quanto ha permesso di coprire in parte le spese per il viaggio di ritorno delle navi verso il Far East. La gran parte della produzione negli ultimi decenni ha viaggiato dai paesi produttori dell’Asia a quelli consumatori di America settentrionale e Europa occidentale. Il problema per le compagnie marittime è sempre stato quello di riempire almeno in parte le stive nel viaggio di ritorno verso l’Asia. La crescita dei consumi in Cina e la ripresa delle esportazioni in Europa dopo la crisi del 2008 stanno in parte compensando questa esigenza (Drewry ricorda che l’importazione di carne rossa in Cina è salita da 6 mila tonnellate dieci anni fa a 800 mila tonnellate nel 2016), ma da molto più tempo un ruolo importante in questo senso svolgono proprio i traffici di materiale che viene inviato in Cina per essere riciclato. Per questo già dalla scorsa estate, quando la Cina aveva comunicato all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) l’intenzione di restringere le importazioni di rifiuti, le compagnie marittime avevano comi

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