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Demolizioni navali, spunta l’idea di una tassa europea

Genova - La Commissione, che fra l’altro proprio nei giorni scorsi aveva ricevuto il primo gruppo di domande di cantieri che vogliono essere ammessi nella “white list” degli impianti virtuosi, ha reso pubblico un rapporto realizzato per suo conto da Ecorys.

Alberto Ghiara
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Genova - Un fondo europeo finanziato dagli armatori per coprire le spese di chi sceglie di demolire le navi in Europa o comunque in maniera sostenibile per l’ambiente: è la proposta che sta studiando la Commissione europea, secondo quanto riferisce la Ong Shipbreaking Platform.

La Commissione, che fra l’altro proprio nei giorni scorsi aveva ricevuto il primo gruppo di domande di cantieri che vogliono essere ammessi nella “white list” degli impianti virtuosi, ha reso pubblico un rapporto realizzato per suo conto da Ecorys, dalla società di classifica Dnv-Gl e dalla Scuola di diritto dell’Università Erasmus. Il rapporto suggerisce di incentivare chi sceglie di rispettare le nuove norme europee in materia di demolizioni navali. Per far questo, secondo il rapporto voluto dalla Commissione europea, bisognerebbe introdurre una licenza per il riciclaggio delle navi, di cui dovrebbero dotarsi obbligatoriamente tutte le navi che scalano i porti europei, qualsiasi bandiera battano.

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La tassa pagata per ottenere la licenza sarebbe versata in un fondo speciale che servirebbe per coprire la differenza fra quanto la compagnia pagherebbe a utilizzare un cantiere substandard e quello che invece costa gestire il fine vita della nave in maniera ecologicamente sostenibile. Il capitale che la nave avrà accumulato nel fondo nel corso della propria vita verrà messo da parte e restituito soltanto all’ultimo proprietario se questi deciderà di utilizzare una delle strutture inserite nella white list che l’Unione europea sta compilando. La proposta è stata accolta positivamente dalle associazioni ambientaliste che svolgono attività di lobby in Europa. «Chiediamo alla Commissione europea - ha detto Stephane Arditi, dirigente di European environmental bureau (Eeb), federazione di associazioni a cui per l’Italia aderiscono anche il Fai e Legambiente - di dare seguito a questo rapporto con una proposta legislativa. L’applicazione efficace di politiche europee per l’ambiente si basa sul far “pagare l’inquinatore”. Se l’Unione europea è seria nel suo impegno per il riciclaggio sostenibile delle navi, tutte le compagnie marittime che commerciano in Europa devono essere considerate finanziariamente responsabili».

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Alla fine del 2016 verrà pubblicata la prima lista bianca di strutture certificate per le demolizioni, prevista dal regolamento europeo del 2013. Man mano che si avvicina quella data si alza anche il tono del dibattito sul tema. Recentemente la compagnia danese Maersk ha chiesto che l’Unione europea accettasse nelle lista anche alcuni cantieri dove si pratica lo spiaggiamento delle navi, pratica che finora non rientra negli standard richiesti. Secondo Maersk ci sono alcuni cantieri nella città di Alang che, pur praticando lo spiaggiamento, hanno notevolmente aumentato gli standard di qualità e le condizioni di lavoro dei lavoratori. Questo sforzo secondo la compagnia andrebbe premiato con l’inserimento nella white list.
Maersk ha anche minacciato di cambiare bandiera alle proprie navi a fine vita. Il fondo servirebbe proprio a evitare questa pratica. Dall’altro lato viene ribattuto che la condizione dei cantieri in Asia, soprattutto in paesi come India, Bangladesh e Pakistan, rimangono ben al di sotto degli standard di sicurezza accettabili. Nel solo mese di giugno 2016, Shipbreaking Platform ha registrato cinque morti e cinque feriti gravi nei cantieri di demolizione del Bangladesh. Fra i cantieri coinvolti Seiko Steel e Kabir Steel. In quest’ultimo, ad aprile, il personale privato di sicurezza avrebbe sparato sui lavoratori che protestavano in seguito a un incidente. Come ricorda la Ong, una prima proposta per un fondo per il riciclaggio dei materiali delle navi era stato bocciato dal Parlamento europeo nel 2013. L’idea aveva avuto la forte opposizione dell’industria marittima, comprese compagnie di linea e i porti.

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Rispetto all’ultima proposta, mentre gli armatori restano contrari a sostenere il costo di finanziare il fondo, sia Espo (associazione europea delle Autorità portuali) sia Feport (federazione europea che riunisce i terminalisti privati) si sarebbero invece espressi a favore di una licenza per le navi. L’assegnazione delle licenze e la riscossione della tariffa non sarebbe gestita dai porti e sarebbe basata su una durata temporale, con la scelta di un rinnovo mensile o annuale, piuttosto che sul pagamento a ogni toccata della nave in uno scalo.

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