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Quel team sempre pronto nel Golfo spezzino / FOCUS

La Spezia - Sono pronti a intervenire, così come lo erano già mesi fa e come lo erano negli anni Settanta quando, per primi, svilupparono un reparto antiterrorismo in Italia. Sono gli uomini del Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare, ovvero il top delle forze speciali italiane e unità di “livello alto” per le forze Nato

Mariano Alberto Vignali
2 minuti di lettura

La Spezia - Sono pronti a intervenire, così come lo erano già mesi fa e come lo erano negli anni Settanta quando, per primi, svilupparono un reparto antiterrorismo in Italia. Sono gli uomini del Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare, ovvero il top delle forze speciali italiane e unità di “livello alto” (se ne contano sei su questo standard) per le forze Nato.

Nella caserma del Varignano, nel cuore del golfo spezzino, c’è sempre un team, ovvero un reparto “pronto impiego”, in grado di essere attivato in pochissimi minuti ed intervenire in ogni parte d’Italia (o all’estero) grazie alla presenza di una vicina base di elicotteri d’assalto, a Luni (Sarzana), praticamente a loro dedicati. Al ComSubIn, il Comando Subacqueo ed Incursori della Marina, i numeri sono pochi, non vi sono grandi unità ed il corso di 16 mesi a volte non lo supera nessuno tanto è alto il livello di selezione. Un team a reazione immediata, una dozzina di uomini almeno, attivabile anche mentre il resto del reparto, come oggi, è in missione.

Al Varignano, oltre alle specifiche attività di un reparto speciale militare (utilizzate ampiamente in Iraq ed Afghanistan), ci si addestra costantemente a salvare ostaggi, liberare edifici o fermare azioni di terroristi suicidi, vi sono palazzine, veicoli e persino una nave per simili esercitazioni. Scene che vediamo nei film, ma con armi vere. Le fanno dagli anni Settanta, quando la prima unità antiterrorismo italiana, il Team Torre che avrebbe dovuto liberare Moro e successivamente fare il blitz sull’Achille Lauro, prese forma all’interno del gruppo incursori della Marina. Era la prima esperienza italiana nel settore, una delle poche al mondo, e solo dopo arrivarono le unità di Polizia (Nocs) e dei Carabinieri (Gis), tutte comunque addestrate inizialmente al Varignano.

Negli ultimi anni, per gli incursori, questa attività è stata concentrata generalmente sull’estero nelle missioni internazionali ed infatti i “baschi verdi” (che non amano i nomignolo di “rambo”) sono forse l’unica nostra unità che ha la migliore esperienza combat contro terroristi islamici in uno scenario civile ed urbano: siamo in Iraq, nel 2004, quando gli operatori del distaccamento “caimano” guidano il blitz che libererà l’imprenditore inglese Gary Teeley, prigioniero delle milizie sciite a Nassiriya; e siamo in Afghanistan, nel 2011, quando quelli di “Caimano 69” intervengono ad Herat, in città, per liberare 18 ostaggi (tra cui tre italiani) nella sede locale di un’azienda europea occupata da un commando suicida di sette talebani.

Oggi, con una minaccia sempre più concreta e con il rischio (la Francia insegna) di dover anche intervenire su più obiettivi o scenari contemporanei, serve poter contare su tutte le forze disponibili. Nel protocollo italiano, previsto dai piani del Viminale, il paese sarebbe diviso in due zone di competenza in caso di emergenza, al nord il Gis ed al sud il Nocs, quindi le forze speciali dell’esercito (9° Col Moschin) a supportare come unità d’intervento le due aree. Gli incursori del ComSubIn sono il jolly da mettere in campo quando l’ordinario non basta, e del resto questa è la loro natura, un reparto in grado di agire in modo completamente “non convenzionale” in ogni luogo

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