Monti: “Bene il Pnrr, ma gli annunci non bastano”

“Abbiamo l’esigenza di comprendere che servono norme più snelle. Non è con i no che si fa transizione energetica”

Pasqualino Monti

Neanche il tempo di registrare i primi segnali di uscita dall’emergenza della pandemia e nuove nubi si presentano per l’economia con la guerra in Ucraina. Anche il mondo della portualità guarda con preoccupazione questo nuovo momento di incertezza, come spiega Pasqualino Monti, presidente dell’Autorità di sistema portuale della Sicilia occidentale e già presidente di Assoporti.

“Ogni situazione negativa ha conseguenze anche su trasporti e logistica. Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, è ancora presto per capire quali saranno gli effetti sul traffico marittimo nel nostro Paese. Le Autorità portuali sono in contatto con il ministero proprio per valutare quali potranno essere. Ci saranno effetti, anche indiretti: con le sanzioni che vanno a toccare un mercato di qualche miliardo di euro. Dal punto di vista energetico, per quanto concerne il gas, su 76 miliardi di mc di consumo interno l’Italia ne produce 3,3 miliardi. Quindici anni fa erano 17 miliardi. Metà del gap è coperto col gas russo”.

Che cosa si può fare?

“E’ un momento di difficoltà che può essere affrontato da un lato attingendo ai nostri giacimenti, dall’altro contattando altri fornitori, in Algeria e in Nord Africa. Da questo punto di vista, l’Italia non ha ancora imparato la lezione. Ci sono troppi no ideologici. La politica non si assume la responsabilità di decidere. Oggi occorre guardare oltre. Un esempio è il caso dei due giacimenti Argo e Cassiopea di fronte a Gela. Valgono il 90 per cento in più della produzione attuale dell’Italia e sono bloccati dalla burocrazia. I progetti sono del 2014 e si comincerà a trivellare soltanto nel 2024. E’ un problema che va estirpato, per crescere non si può operare su tempi così lunghi”.

Quali sono le prospettive?

“Per l’Italia l’unica soluzione è la crescita, abbiamo un rapporto debito-Pil molto alto. Se la Bce chiude i rubinetti del Quantitative easing l’unico strumento è incrementare la crescita, utilizzando le nostre risorse, con la capacità di trasformare le materie prime che importiamo, con una maggiore flessibilità e abbattendo i costi della logistica che incidono per 60 miliardi di euro l’anno, mettendo a terra il Pnrr”.

Che cosa pensa del Pnrr?

“Dobbiamo per prima cosa avere una comunicazione chiara. Quando si dice che sono stati impegnati 120 miliardi oltre a 20 miliardi del Fondo complementare, non si capisce quanta sia la spesa davvero effettuata. Il problema infatti è passare dallo stanziamento alla spesa. In mezzo c’è un mondo. E’ qui la distorsione, serve semplificare con nuovi decreti. Non riusciremo a far tesoro delle nostre risorse e mettere a terra il Pnrr finché i limiti temporali per le autorizzazioni ambientali non diventeranno da ordinatori a perentori. Se rimane un sistema in cui a esempio ci vogliono sei anni per autorizzare un dragaggio, sarà impossibile riuscire a spendere i 120 miliardi del Pnrr entro il 2026. Abbiamo l’esigenza di comprendere che servono norme più snelle. Non è con i no che si fa transizione energetica, ma mettendo a terra gli investimenti”.

Che cosa manca?

“Ci sono quote di questi fondi che fanno ancora riferimento alla Legge obiettivo del 2002, molti progetti hanno 20 anni, questo la dice lunga sulla capacità che c’è in Italia di spendere le risorse finanziarie. Ci sono realtà come Rfi, Anas e altri che hanno i soldi, ma non la capacità di spenderli con una durata temporale civile. Oggi l’obiettivo è capire che cosa è strategico per il Paese e servono norme differenti. La burocrazia e le norme ambientali sono troppo complicate. In teoria bisognerebbe azzerare tutto e ripartire da capo, a esempio con un articolo unico sugli appalti”.

Che ruolo può giocare l’Italia a livello internazionale?

“L’Italia è priva di materie prime che importa per l’industria di trasformazione, ma nel 2021 ha avuto un export record di 500 miliardi di euro, segno che il nostro è un prodotto vincente. Però abbiamo sempre guardato verso Nord e non verso Sud. Abbiamo dimenticato di essere nel mezzo di un mare, il Mediterraneo, che è tornato centrale. Il Nord Africa ha forti potenzialità di crescita, la Cina lo considera già strategico, noi non lo capiamo. Poi c’è il tema del Mezzogiorno italiano, che non può essere soltanto dare assistenza, ma per il quale manca una politica industriale. Se si continua a considerare che al Sud si debba fare turismo e al Nord industria si spacca in due il Paese mantenendo una situazione di diseguaglianza che non fa crescere il Paese. Serve una politica industriale seria per il Mezzogiorno, che ha già porti attrezzati per la crescita, sia di import sia di export”.

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