ArcelorMittal, settimana di scadenze

Taranto - La settimana che si apre è densa di scadenze sia giudiziarie che industriali per ArcelorMittal, l’ex Ilva. Mentre comincia a entrare nel vivo il cronoprogramma per lo spegnimento dell’altoforno 2, dopo l’ordine di esecuzione del giudice Francesco Maccagnano che ha rifiutato ad Ilva la proroga

Taranto - La settimana che si apre è densa di scadenze sia giudiziarie che industriali per ArcelorMittal, l’ex Ilva. Mentre comincia a entrare nel vivo il cronoprogramma per lo spegnimento dell’altoforno 2, dopo l’ordine di esecuzione del giudice Francesco Maccagnano che ha rifiutato ad Ilva la proroga chiesta per gli ulteriori lavori di messa in sicurezza, domani tornano ad incontrarsi, a Roma, ArcelorMittal, il negoziatore incaricato dal governo, il presidente Saipem, Francesco Caio, e i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria. Si continua a trattare con l’obiettivo di arrivare ad un accordo sulla nuova Ilva, e quindi su un nuovo piano industriale. Il traguardo è ancora lontano, ma il fatto che le parti non abbiano per ora rotto, preferendo la discussione nonostante le diversità di vedute che esistono, è un buon segno.

È certo che all’udienza del 20 dicembre al Tribunale di Milano sarà chiesto al giudice un nuovo rinvio circa l’esame del ricorso cautelare urgente depositato da Ilva in amministrazione straordinaria. Con questo atto, poco più di un mese fa, Ilva in qualità di proprietaria degli impianti si è infatti opposta al recesso dal contratto di fitto notificato da ArcelorMittal, gestore in fitto. C’è già stata una prima trattazione del ricorso cautelare, ex articolo 700 del Codice di procedura civile, lo scorso 27 novembre. In quella sede gli avvocati chiesero un aggiornamento, poi stabilito da giudice al 20 dicembre, dichiarando che era in corso una trattativa. Ma entro il 20 dicembre non si farà in tempo ad arrivare all’accordo per cui c’è bisogno di altro tempo. Bisognerà quindi vedere che nuova data il giudice del Tribunale di Milano fisserà. Sempre sul piano giudiziario, sembrerebbe ormai certo che il 17 dicembre Ilva in Amministrazione Straordinaria depositerà al Tribunale del Riesame l’impugnazione contro il no alla proroga per l’altoforno 2 espressa dal giudice Maccagnano lo scorso 10 dicembre. Ilva sta accelerando la predisposizione di quest’atto in modo che il Tribunale del Riesame possa esaminarlo già il 30 dicembre. E se il Riesame ribaltasse il verdetto di Maccagnano, dando ad Ilva più tempo per i lavori, è evidente che il cronoprogramma di fermata e spegnimento dell’impianto sarebbe stoppato già in fase di avvio.

A questo proposito, ieri il custode giudiziario dell’area a caldo, Barbara Valenzano, ha tenuto la prima riunione con i tecnici di ArcelorMittal, i rappresentanti di Ilva in as e gli avvocati. Il cronoprogramma è pronto e vede una serie di azioni progressive, a carico sia di ArcelorMittal che dell’impresa Paul Wurth, che termineranno intorno al 20 gennaio con lo stop dell’impianto. Questo sempre che il Riesame non disponga diversamente, come già fece a settembre scorso quando fermò lo spegnimento dell’altoforno 2 e lo restituì ad Ilva.

Da aggiungere che il custode Valenzano deve fare entro il 17 dicembre una relazione al giudice Maccagnano su tre aspetti: le modalità di custodia dell’impianto nel periodo che precede lo spegnimento; i tempi entro cui, ad altoforno spento, Ilva può adempiere alle prescrizioni della Procura del 7 settembre 2015 «allo stato non ancora adempiute»; implementare «ogni più utile modalità di custodia tale da assicurare che - a partire dal 14 dicembre 2019 - l’altoforno 2 non sia più utilizzato». Sul fronte industriale, l’approdo cui punta il governo è quello di fare di Ilva un’acciaieria sostenibile, con una produzione che si basi su otto milioni di tonnellate annue e che abbia un mix impiantistico fatto dall’attuale ciclo integrale, rivisto e ammodernato, e dall’uso del preridotto di ferro e del forno elettrico. Questi ultimi proprio per ridurre le emissioni.

Sul piano occupazionale poi, il governo intende salvaguardare il massimo degli attuali posti di lavoro, 10.700 nel gruppo di cui 8.200 a Taranto, a minimizzare gli esuberi e a ricorrere, per la gestione della crisi di mercato, ad ammortizzatori sociali come la cassa integrazione. L’operazione sarebbe infine sostenuta da una partecipazione pubblica in affiancamento ad ArcelorMittal.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: