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L’Antitrust contro il «capitalismo di relazione» / FOCUS

Roma - Un’Italia in cui fiorisce il capitalismo di relazione, nella quale sono favorite le lobby e i cacciatori di rendite e dove si danneggia la parte vitale e competitiva dell’economia

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Roma - Un’Italia in cui fiorisce il capitalismo di relazione, nella quale sono favorite le lobby e i cacciatori di rendite e dove si danneggia la parte vitale e competitiva dell’economia. È il Paese descritto dal presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, nel corso della Relazione annuale al Parlamento, nella quale non mancano gli abituali richiami ai settori dove concorrenza e tutela dei consumatori vanno tenute d’occhio, dalle banche all’Rc Auto, fino a Internet che «non può essere un Far West». Il richiamo più forte dell’Antitrust è proprio quello relativo al tessuto economico col quale si confronta l’Italia e dove è evidentemente difficile che la concorrenza e quindi prezzi più bassi e servizi più efficienti possano realizzarsi. Il capitalismo di relazione, ha sottolineato, «è basato sull’intreccio tra pochi grandi potentati economici, sulle loro relazioni con il potere politico e amministrativo, sulla ricerca delle “rendite di posizione”» e, basandosi «sui privilegi, piuttosto che sui meriti, aggrava le diseguaglianze, rende la società chiusa, statica, poco aperta alla concorrenza e all’innovazione», oltre a sacrificare «l’aspirazione degli individui di poter migliorare la loro posizione sociale, esclusivamente in virtù dei loro meriti» e a pregiudicare «quella particolare forma di eguaglianza che è l’eguaglianza delle opportunità».

Si tratta di tendenze che in Italia hanno favorito «l’espansione di una spesa pubblica, per alcune delle sue componenti, improduttiva e inefficiente, diretta a soddisfare gli interessi particolaristici delle lobby e dei cacciatori di rendite». È vero, ha riconosciuto Pitruzzella, che non tutta l’economia italiana è così, tuttavia secondo l’Antitrust «il capitalismo di relazione costituisce una componente del complessivo sistema, che danneggia la parte vitale e competitiva dell’economia italiana». In un contesto del genere, la concorrenza fa fatica a imporsi. Basti pensare al mondo bancario, dove è ora di rafforzare la separazione tra Fondazione e banca conferitaria, estendendo il divieto di detenere partecipazioni di controllo in società bancarie anche ai casi in cui il controllo è esercitato, di fatto, congiuntamente ad altri azionisti: ma anche introducendo il divieto di sedere in diversi cda delle stesse Fondazioni. Ma anche a quello dell’Rc Auto, con prezzi tra i più alti d’Europa, che necessita ormai di un intervento di riforma, o delle società pubbliche, che con le loro perdite succhiano soldi alle amministrazioni: per Pitruzzella è il caso non solo di prevedere dismissioni o lo stop al rinnovo dei fidi in caso di “rosso”, ma anche di aprire alla concorrenza quegli ambiti «in cui non trova giustificazione tecnica il mantenimento dei diritti di esclusiva». E se gli ambiti “tradizionali” di azione dell’Antitrust, dai carburanti ai trasporti, dall’energia alle tlc, verranno come sempre proposti nella Segnalazione per la legge annuale sulla concorrenza che è in dirittura d’arrivo, c’è un altro insidioso mondo sul quale è necessario vigilare: l’e-commerce, dove si annidano nuove forme di «sfruttamento del consumatore». Internet, insomma, per l’Antitrust non può essere un Far West.

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