Cina, l'economia stenta a ripartire / FOCUS

Roma - L’economia cinese procede a rilento, mentre proseguono le frenate e le ripartenze delle autorità di Pechino alle attività produttive. Il governo cinese ha cancella i grandi eventi e vieta gli assembramenti ma incoraggia le aziende a riaprire i capannoni. Insomma, la Cina fatica a tornare alla normalità anche se calano i casi di contagio e i decessi

Roma - L’economia cinese procede a rilento, mentre proseguono le frenate e le ripartenze delle autorità di Pechino alle attività produttive. Il governo cinese ha cancella i grandi eventi e vieta gli assembramenti ma incoraggia le aziende a riaprire i capannoni. Insomma, la Cina fatica a tornare alla normalità anche se calano i casi di contagio e i decessi. Due dei più grandi eventi d’affari dell’anno sono stati cancellati. Si tratta di una fiera a Guangzhou nel sud e il salone dell’auto di Pechino.

Nel frattempo, dopo tre settimane di chiusura, le autorità incoraggiano le fabbriche a tornare al lavoro, anche se un sondaggio tra le aziende nella regione industriale del Fiume Azzurro, condotto la scorsa settimana dalla Camera di commercio americana a Shanghai ha evidenziato che quasi l’80% delle imprese non dispone di personale sufficiente per lavorare a pieno regime. Quasi un terzo ha dichiarato che erano i problemi della logistica la loro più grande preoccupazione.

Più di due terzi delle oltre cento aziende interpellate avevano già riaperto ma molte ammettono che le loro attività sono ostacolate dalle restrizioni dovute alla quarantena e dalle incertezze legate alle autorizzazioni del governo.

Il quadro insomma resta molto incerto, come dimostra la decisione di giovedì scorso della provincia cinese di Hubei, l’epicentro dell’epidemia, di non riavviare la produzione fino all’11 marzo.

La sospensione dal lavoro per molte aziende avrebbe dovuto concludersi ieri e invece prosegurà fino a metà marzo, con l’eccezione delle imprese dei servizi pubblici e di quelle coinvolte nella prevenzione e nel controllo dell’epidemia che non hanno mai chiuso. Intanto il ministero del Commercio cinese fa l’elenco delle industrie che saranno più fortemente colpite dal coronavirus. Li Xinggan, direttore del dipartimento del Commercio estero del ministero del Commercio, ha spiegato che «in base al monitoraggio continuo dei settori chiave», i comparti che risulteranno più colpiti dalle misure precauzionali legate al coronovirus saranno quelli «ad alta intensità di lavoro e con una lunga catena di produzione».

In particolare dunque i comparti più colpiti saranno quelli del comparto manifatturiero e più nel dettaglio i settori dell’elettronica, dell’auto e della componentistica auto. Ma vediamo più nel dettaglio la situazione.


ALCUNI BIG RIAPRONO GRADUALMENTE I BATTENTI
Airbus, il produttore europeo di aeromobili, sta lentamente riavviando le operazioni di assemblaggio dei suoi aerei a Tientsin, ma fa sapere che farà ripartire solo «gradualmente la produzione, implementando tutte le necessarie misure di salute e sicurezza».

Fiat Chrysler ha confermato che questa settimana lo stabilimento della compagnia a Canton ha ripreso la produzione e che un secondo impianto di assemblaggio della società in Cina «dovrebbe riprendere presto le attività». Anche General Motors «ha avviato il processo di ripresa della produzione», all’interno di un percorso di due settimane che interesserà i suoi 15 impianti. La casa automobilistica statunitense non ha voluto precisare quanti impianti in Cina stanno riaprendo. Toyota ha annunciato che tre dei suoi quattro stabilimenti in Cina questa settimana stanno cominciando a gestire dei singoli turni.

Volkswagen fa sapere di aver parzialmente riavviato uno dei suoi 15 impianti di assemblaggio la settimana scorsa e che riaprirà gradualmente gli altri. Insomma, Pechino sta faticosamente sforzandosi di trovare un equilibrio tra riaperture delle attività e misure sicurezza.
 

IN CINA FINO A 1,7 MILIONI DI AUTO IN MENO PRODOTTE
Il settore dell’auto, di fondamentale importanza visto che si tratta del primo mercato mondiale, che per il 2020 aveva previsto una produzione di 23,5 milioni di veicoli, è tra quelli che più faticano a tornare alla normalità.

L’istituto di ricerche Ihs Markit ha stimato che l’impatto del Coronavirus sull’industria automobilistica cinese sarebbe stato di 350 mila unità perse (l’1,7% del totale) se lo stop fosse durato fino al 10 febbraio e che il buco nella produzione potrebbe salire fino a 1,7 milioni - il 32% rispetto alle previsioni - nel caso di un blocco prolungato fino a metà marzo. Uno scenario preoccupante, reso da incubo dal fatto che la regione del Hubei è uno dei principali hub della componentistica auto mondiale.

E senza pezzi di ricambi l’assemblaggio dei veicoli, si ferma, non solo in Cina, ma anche da altre parti del mondo, come dimostrano le chiusure degli impianti in Corea del Sud, in Giappone, e in misura minore anche in Europa.


IL RIAVVIO DELLE ATTIVITÀ PROCEDE A SINGHIOZZO
Il riavvio delle attività produttive procede lentamente e a singhiozzo. Caterpillar, la società di attrezzature pesanti per il movimento terra, ha dichiarato di aver riaperto la maggior parte degli impianti in Cina all’inzio della settimana su richiesta delle autorità governative, ma non ha fornito dettagli su come la produzione sia ripresa. La casa automobilistica Honda ha detto che cercherà riavviare la produzione lunedì prossimo.

Insomma, molte delle fabbriche riaperte stanno funzionando ben al di sotto della loro piena capacità: quarantene, strade bloccate e posti di blocco impediscono a milioni di lavoratori di tornare al lavoro. Le linee di fornitura sono state interrotte.

Inoltre per ripartire, i funzionari cinesi richiedono alle aziende di fornire maschere ai lavoratori, registrare le loro temperature e tenere traccia dei loro movimenti per assicurarsi che non siano entrati in contatto con il coronavirus.


INCERTEZZA PER LA RIAPERTURA DELLA FOXCONN
Foxconn, la società taiwanese che produce l’iPhone e altri prodotti per conto di Apple e di altri big dell’elettronica globali, ha rifiutato di dettagliare quali impianti abbia riaperto dalla fine delle vacanze cinesi, ma ha negato un rapporto dei media secondo cui puntava a raggiungere il 50% dei livelli di produzione entro la fine di questo mese.

Le fabbriche cinesi di componentistica per l’elettronica di consumo hanno riaperto lentamente durante la scorsa settimana e l’inizio dei quella attuale, praticamente tutti hanno riaperto tranne le aziende di Wuhan. Tuttavia molte di queste fabbriche non sono ancora in piena produzione, principalmente per la mancanza di lavoratori.


I BLOCCHI IMPEDISCONO LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI
Il ministero dell’Agricoltura cinese ha richiesto nel fine settimana la rimozione di blocchi stradali e autostradali nelle aree rurali che hanno impedito la circolazione di bestiame e del mangime per animali.

Giovedì scorso la provincia meridionale dello Jiangxi ha annunciato che avrebbe smantellato i posti di blocco all’ingresso e all’uscita dell’autostrada, anche se molti ostacoli permangono.


IL RIENTRO LAVORATORI AI POSTI DI LAVORO AVVIENE A RILENTO
Il rientro dei lavoratori ai loro posti di lavoro dai paesi di origine sta avvenendo a rilento. Shanghai sta raccogliendo dati dai datori di lavoro sulla data di ritorno e sulla cronologia dei viaggi di ciascun lavoratore, ha affermato al New York Times Zhu Zongyao, direttore del Big Data Center della città. I computer della città valuteranno automaticamente la rischiosità dei recenti viaggi di ciascun lavoratore in termini di possibile esposizione al virus. La Cina «mantiene l’equilibrio di sicurezza per la popolazione e allo stesso tempo riporta le persone al lavoro il più presto possibile», ha affermato Michael Crotty, comproprietario di una fabbrica di tende nella provincia dello Jiangsu che si appresta a riaprire lunedì prossimo.

Tuttavia le autorità locali hanno richiesto alla sua fabbrica di garantire 10 giorni di forniture di mascherine per ogni lavoratore, ma si tratta di un’impresa difficile, poichè i fornitori di mascherine in Cina hanno dato la priorità agli operatori sanitari e inoltre i prezzi di queste attrezzature protettive sono diventati molto alti.

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