ArcelorMittal Italia pronta a viaggiare da sola / RETROSCENA

Genova - ArcelorMittal si prepara a deconsolidare AmInvestCo dal gruppo. L’ingresso di Invitalia ad ArcelorMittal di scendere sotto la soglia che la obbliga a consolidare il bilancio dell’ex Ilva nei conti del gruppo

di Gilda Ferrari

Genova - ArcelorMittal si prepara a deconsolidare AmInvestCo dal gruppo. L’ingresso di Invitalia nella società oggi controllata al 94,4% dal colosso franco-indiano e partecipata per il 5,6% da Intesa permetterà ad ArcelorMittal di scendere sotto la soglia che la obbliga a consolidare il bilancio dell’ex Ilva nei conti del gruppo: «Invitalia entrerà in Ami attraverso una ricapitalizzazione che la multinazionale non sottoscriverà, diluendosi. - dice una fonte vicina al dossier -. È probabile che nemmeno Intesa sottoscriverà l’aumento di capitale. L’operazione permetterà al socio pubblico di salire almeno al 50%, probabilmente anche qualcosa in più». «Mittal è pronta a deconsolidare Ami. - conferma una seconda fonte vicina al dossier - La separazione delle direzioni commerciali appena avvenuta, con la creazione di una direzione italiana autonoma per i prodotti ed Ilva, che non saranno più gestiti a livello commerciale dal gruppo, è propedeutica all’operazione. E questo la dice lunga sulle intenzioni della multinazionale rispetto alla sua permanenza in Italia». Per realizzare il piano industriale del governo che l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, ha confermato ai sindacati che sarà attuato, servono «tra i cinque e i 10 miliardi - dice una fonte tecnica -. Chi metterà quei soldi, il governo italiano attraverso il Recovery Fund? Di sicuro non li metterà ArcelorMittal». Secondo alcuni osservatori, la trattativa che entro il 30 novembre dovrebbe portare alla firma di un accordo-ponte in cui si stabilisce l’assetto azionario della nuova società mista pubblico-privata «non è un’operazione internazionale con un grande player mondiale, perché Mittal deconsolida e non sosterrà l’investimento. Meglio sarebbe nazionalizzare, per un periodo transitorio, attuare il piano industriale del governo e poi rimettere Ilva sul mercato tra cinque anni».

Secondo la prima fonte, in termini di bilancio il deconsolidamento di Ami da un gruppo presente in 60 Paesi del mondo con siti industriali in 18 nazioni «è legittimo, oltre che comprensibile». La multinazionale produce circa 90 milioni di tonnellate di acciaio a fronte di una capacità installata intorno ai 120 milioni. «Ami perde soldi e continuerà a perderli nei prossimi anni. - osserva la fonte - Con il livello di conti che ha il gruppo, in miglioramento in alcune aree del mondo, tenere dentro l’ex Ilva che perde e continuerà a perdere per parecchio tempo non fa bene a una società quotata in Borsa». Le fonti concordano sul fatto che «se ArcelorMittal resterà in Ami, l’obiettivo è scendere sotto il 50% per deconsolidare», cioè togliere dal bilancio del gruppo la società italiana in perdita. «Ma la separazione delle direzioni commerciali - interviene la seconda fonte - non è detto sia negativa, anzi. In termini operativi sganciarsi dal Lussemburgo può essere un vantaggio per l’Italia».

Chi pensa che non lo sia teme che, uscendo dalle politiche commerciali del colosso dell’acciaio, la produzione ex Ilva perda mercati e opportunità. «Ma se la politica commerciale la detta la Francia - fa notare la fonte - allora è meglio essere indipendenti e gestire in autonomia i propri mercati di riferimento, a cominciare dall’Italia». L’industria italiana consuma circa 16 milioni di tonnellate di acciaio: l’Italia ne produce la metà, l’altra metà viene importata da produttori esteri. Negli ultimi due anni la produzione dell’ex Ilva è scesa sotto i quattro milioni l’anno, quella di Arvedi è salita intorno ai quattro milioni: «Quest’anno Arvedi produrrà più dell’Ilva», sottolineano i tecnici rimarcando che «il mercato è in ripresa e lo spazio per Ilva ci sarebbe eccome».

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ribadisce che «l’unica modalità per provare, e non è detto che ci si riesca, a tenere insieme sostenibilità ambientale, sociale ed economica è che lo Stato deve esserci. Nelle trattative in corso lo Stato ci sarà e non sarà in minoranza». L’accordo-ponte deve essere siglato entro il 30 novembre: l’assetto azionario è quasi delineato, la governance no. La gestione commissariale dovrà essere coinvolta, essendo proprietaria degli stabilimenti, al momento non risulta che lo sia ancora stata.

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