“Le Autorità di Sistema Portuali e gli obblighi di segnalazione di operazioni sospette ai sensi della normativa antiriciclaggio”

A cura di Asla - l'Associazione degli Studi Legali Associati

di Valentina Saviotti*

Bologna - La Pubblica Amministrazione è stata sin dal 1991, epoca della emanazione della prima normativa italiana in materia, uno dei soggetti sottoposti alla disciplina a prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo. Attualmente, i compiti della Pubblica Amministrazione con riferimento alla prevenzione del riciclaggio sono definiti dal decreto legislativo n. 231 dell’11 novembre 2007, come recentemente riformato ad opera del decreto legislativo n. 90 del 25 maggio 2017.
Sebbene, infatti, oggi l’Amministrazione non rientri più tra le categorie di soggetti formalmente obbligati, la disamina della normativa post novella di riferimento lascia intuire che vi è forte volontà di mantenere un ruolo attivo e collaborativo della Pubblica Amministrazione nell’ambito dell’azione di prevenzione, in base alla quale essa stessa è tenuta ad ottemperare ad obblighi di compliance in materia di antiriciclaggio.
Detti obblighi sono enucleati dall’art. 10 del citato decreto legislativo n. 231/2007 il quale prevede diversi adempimenti in capo alle Amministrazioni che svolgono compiti di amministrazione attiva o di controllo nell’ambito di: a) procedimenti finalizzati all’adozione di provvedimenti di autorizzazione o concessione;

b) procedure di scelta del contraente per l’affidamento di lavori, forniture e servizi ai sensi del codice dei contratti pubblici (i.e. decreto legislativo n. 50/2016);
c) procedimenti di concessione ed erogazione di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari, nonché attribuzioni di vantaggi economici di qualunque genere a persone fisiche ed enti pubblici e privati.
Le Autorità di Sistema Portuali italiane, in qualità di enti pubblici nazionali non economici, rientrano pienamente nella definizione di Pubblica Amministrazione di cui al decreto legislativo n. 231/2007 e, conseguentemente, sono ricomprese tra i soggetti tenuti a garantire la conformità agli obblighi ivi previsti. Esse, infatti, oltre ad avvalersi evidentemente delle procedure di scelta del contraente per l’affidamento di lavori, forniture e servizi, sono senz’altro competenti, secondo quanto previsto dall’articolo 6 della legge n. 84 del 28 gennaio 1994, per l’autorizzazione e la concessione di aree e banchine per l’esercizio di operazioni portuali, per la fornitura di lavoro portuale temporaneo, nonché per le altre attività commerciali ed industriali esercitate nei porti e nelle circoscrizioni territoriali, di cui agli articoli 16, 17 e 18 della citata legge.

Più nello specifico, pertanto, le Autorità di Sistema Portuali, sono tenute – al pari degli altri soggetti che rientrano nella definizione di Pubblica Amministrazione - a vere e proprie attività di risk assessment e risk management che impongono una mappatura del rischio di riciclaggio afferente all’attività istituzionale in concreto svolta e la conseguente individuazione di misure di sicurezza volte alla mitigazione del rischio stesso.
In primo luogo, infatti, l’art. 10 di riferimento prescrive alle Amministrazioni interessate di effettuare una attività interna di valutazione del rischio, attraverso l’individuazione di procedure tese alla mappatura delle attività sensibili al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo cui, nell’esercizio della propria attività istituzionale, esse potrebbero concretamente essere esposte. In secondo luogo, è previsto che siano adottate procedure interne di gestione del rischio, per identificare misure di sicurezza adeguate ad attenuare i rischi precedentemente individuati, ove l’adeguatezza di tali misure dovrà essere di volta in volta parametrata in base alle concrete dimensioni organizzative ed operative dell’Amministrazione interessata. Integrano il quadro degli adempimenti da portare a termine i sistemi, previsti dal comma 4 dell’art. 10, che devono essere implementati per la rilevazione di operazioni sospette di cui l’Amministrazione venga a conoscenza nell’esercizio quotidiano della propria attività istituzionale. Le Autorità di Sistema Portuali devono, pertanto, organizzare per i propri dipendenti una formazione idonea a consentire loro di riconoscere le fattispecie meritevoli di essere qualificate come sospette e, al contempo, di segnalarle all’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (c.d. UIF), secondo le modalità, i termini e le istruzioni da quest’ultima stabiliti con Provvedimento del 23 aprile 2018.

Un ruolo tutt’altro che passivo, pertanto, quello dei soggetti pubblici nel quadro della riforma normativa del 2017 in tema di antiriciclaggio. Ciò nonostante, la UIF, nel proprio rapporto annuale per l’anno 2018, pubblicato nel maggio 2019, segnalava esiguità di flusso segnaletico da parte della Pubblica Amministrazione rispetto alle aspettative determinate dalle prescrizioni normative sopra enucleate, corredate peraltro da presidi sanzionatori elevati, ossia sino all’80% della retribuzione dirigenziale di risultato.
La UIF ha individuato diverse potenziali motivazioni in merito a tale rilevata esiguità di segnalazioni. Quella, tra esse, che salta maggiormente all’occhio è il sospetto che l’Amministrazione possa percepire una errata sovrapposizione tra i presidi di antiriciclaggio rispetto a quelli anticorruzione in ragione del fatto che, in entrambi i casi, l’attenzione è rivolta alla percezione di sintomi di operazioni illecite che potrebbero inficiare l’esercizio dell’attività amministrativa.
L’analisi della UIF sembrerebbe, in effetti, trovare riscontro nel contesto delle Autorità di Sistema Portuali italiane. Sebbene, infatti, senz’altro le Autorità in commento svolgano attività di amministrazione e controllo nell’ambito di procedure sensibili per il riciclaggio (i.e. attribuzione di autorizzazioni e concessioni, nonché selezione di contraenti per l’affidamento di lavori, forniture e servizi), non è dato sapere con certezza se, ad oggi, siano state effettivamente adottate misure concrete per la valutazione e la gestione del rischio nel corso di tali attività.
Solo alcuni dei portali delle 16 Autorità italiane, infatti, presentano riferimenti – nella sezione “Amministrazione Trasparente” – alla compliance in materia di antiriciclaggio e, pressoché nella totalità dei casi, tali riferimenti sono integrati nell’ambito dei Piani Triennali di Prevenzione della Corruzione. Non solo, gli scarni riferimenti al rischio del riciclaggio che si possono ivi reperire, costituiscono principalmente la pianificazione di interventi di formazione del personale per il triennio 2020-2022 che, evidentemente, ad oggi non sono ancora stati implementati.

Apparentemente, pertanto, come già autorevolmente affermato da altri, l’attività di compliance delle Autorità di Sistema Portuali, come per la restante Amministrazione, sembra concentrata sul tema della corruzione, in relazione al quale effettivamente risultano attuate la mappatura dei processi a rischio, la valutazione di tale rischio e, infine, le misure per mitigarlo.
In conclusione, ad opinione di chi scrive ed in attesa di esaminare i risultati del prossimo rapporto UIF per l’anno 2019, il tema fondamentale per dare impulso ad una piena collaborazione del settore pubblico nel sistema dell’antiriciclaggio, è senz’altro la formazione specialistica del personale impiegato nelle aree a rischio. Tale formazione dovrà evidentemente mirare a vincere la convinzione che i sistemi di gestione del rischio antiriciclaggio possano costituire un ulteriore rallentamento allo svolgimento delle procedure amministrative, incentrandosi sugli elementi che possono essere valutati a presidio di tale rischio, anche allo scopo di evitare le sanzioni previste dalla normativa applicabile per la violazione della normativa applicabile.

*Associate, Zunarelli Studio Legale Associato

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: