Gli importatori di mascherine e guanti: "Nuove regole perché arrivino a tutti"

Genova - Con la ripartenza di molte aziende e la presenza del coronavirus destinata a diventare a lungo quotidianità, serve un tagliando sulle strategie di import dei dispositivi di protezione individuale, in particolare mascherine e guanti. Il parere di due importatori, Becce e Isetti

di Alberto Ghiara e Alberto Quarati

Genova - Con la ripartenza di molte aziende e la presenza del coronavirus destinata a diventare a lungo quotidianità, serve un tagliando sulle strategie di import dei dispositivi di protezione individuale, in particolare mascherine e guanti.

Per garantirne un approvvigionamento corretto fronteggiando l’esplosione della domanda, gli importatori suggeriscono alcune mosse che ne migliorerebbero la distribuzione sul territorio.

STOP AI SEQUESTRI SULLE FFP2
Il fabbisogno mensile in Italia di mascherine Ffp2, che proteggono chi le indossa ma non chi gli sta attorno, è 30-40 milioni di pezzi al mese, a fronte di una fabbricazione (tutte le tipologie incluse) in Cina di circa 300 milioni di pezzi al mese, metà della produzione globale (Pechino punta a circa 3 miliardi di pezzi al mese).

Luca Becce, ad della Slam, società di abbigliamento genovese che nelle scorse settimane ha organizzato l’import di Ffp2 dalla Cina, propone l’esclusione di questa tipologia da potenziali sequestri disposti dal governo per motivi sanitari all’arrivo della merce in Italia: “I prodotti che importiamo - spiega il manager - sono usati in ambienti di lavoro come Dpi per proteggere dall’esposizione a esalazioni nocive e non sono utilizzabili come presidio sanitario”. Secondo tema, i prezzi: “Per evitare fenomeni speculativi, credo sia necessario stabilire un limite ai prezzi: è vero che in Cina i produttori li hanno aumentati, ma in quel Paese una mascherina oggi viene acquisita dal produttore mediamente a 1,65 euro e rivenduta in Italia dall’importatore a circa 3: quindi vendite a 8, 9 euro o più vanno vietate. A ciò si collega la necessità del controllo sulla rispettabilità delle aziende che operano nell’import. Infine, la certificazione: esiste una procedura agevolata e temporanea per l’ottenimento della commercializzazione come Dpi presso l’Inail. Slam la sta ottenendo, ma non è ne semplice documentalmente ne economicamente leggera. Io credo che quella cinese (Kn 95), in via temporanea, considerata l’esigenza improvvisa di grossi quantitativi, fatta salva la verifica della autenticità e dei test ad essa collegati, potrebbe essere accettata anche in Italia, senza ulteriori passaggi. i criteri sono gli stessi, e la Cina è il primo Paese ad aver combattuto contro il virus”.

GUANTI, OCCHIO ALLE FORNITURE
Oggi, il fabbisogno annuale di guanti monouso in Italia è di 7 miliardi di pezzi, ma ora “sta diminuendo la disponibilità internazionale, ma questi dispositivi sono necessari per molte attività essenziali - spiega Gianni Isetti, uno dei maggiori importatori italiani di questo prodotto -. Alcune professioni sono obbligate a usare i guanti tutti i giorni. Con la Fase 2, non si può pensare che queste categorie, dai dentisti fino a chi manipola alimenti, possano lavorare a mani nude. Ma intanto sono sempre più le persone che utilizzano i guanti per proteggersi dal virus. Se il mercato non reggerà le richieste, questo andrà a scapito di tutti, ma soprattutto delle categorie professionali che da sempre li utilizzano. Per loro, l’uso va garantito. E’ invece da evitare per quanto possibile l’uso sconsiderato cui assistiamo oggi: i giusti dispositivi di protezione individuale vanno lasciati a chi ne ha realmente bisogno”. In tempi normali la produzione mondiale di guanti monouso è di 200 miliardi di unità: “Con il diffondersi dell’emergenza - nota Isetti - l’offerta si sta riducendo, ma la domanda aumenterà 5 o 10 volte. La produzione non soddisfa minimamente le richieste in Italia e nel mondo”.

Ad avere bisogno di questo prodotto sono la sanità, i dentisti, filiere come alimentare, catering, la sanificazione, senza le quali gli stessi ospedali non possono operare. I guanti sono usati come presidio anti-infortunistico in fabbrica, dal meccanico, dal parrucchiere. I Paesi più ricchi, con la loro domanda, metteranno sotto pressione la produzione mondiale. Per questo è importante muoversi in tempo per garantire le forniture. E a differenza delle mascherine, in Italia non è possibile produrre guanti monouso in lattice, nitrile o vinile: “È una filiera industriale che ha bisogno di impianti grossi per avere prezzi sostenibili. Complessi con 5-10 mila lavoratori. La produzione ormai è concentrata in Malesia, Indonesia e Thailandia. Per un Paese europeo convertirsi a questa produzione richiederebbe enormi investimenti, e comunque non si potrebbe fare in tempi brevi”. Di qui l’importanza di favorire, per i guanti monouso, un equilibrio fra l’offerta e una domanda in forte crescita.
 

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