Costi minimi del trasporto: un "quasi" ritorno al passato

A cura di Asla - l'Associazione degli Studi Legali Associati

di Marco Cottone*

Milano - La questione sui “costi minimi” del trasporto su gomma continua a far discutere gli operatori del settore.

È di recente pubblicazione, infatti, il decreto direttoriale n. 206 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con il quale sono stati reintrodotti nell’ordinamento nazionale i costi indicativi di riferimento dell’attività di autotrasporto merci su strada.

Come noto, con la sentenza pronunciata il 4 settembre 2014, la Corte di Giustizia (Quinta Sezione) aveva giudicato contraria al principio di libera concorrenza la determinazione dei costi minimi per l’autotrasporto operata dall’Osservatorio nazionale, costituito nel luglio 2010, in quanto organismo non terzo imparziale ma rappresentativo degli operatori economici e delle associazione di imprese. In conseguenza di tale mutato contesto normativo, veniva introdotta nella Legge di Stabilità 2015 la possibilità per le parti (committente e vettore) di determinare liberamente il corrispettivo del trasporto in ragione dell’abrogazione dell’obbligatorietà dei costi minimi, prevedendo altresì la pubblicazione, ad opera del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dei valori indicativi di riferimento dei costi di esercizio delle imprese di autotrasporto.

Veniva, di fatto, reintrodotta la libera determinazione delle tariffe del trasporto già applicate all’indomani dell’abrogazione delle ormai storiche “tariffe a forcella”.

Analogamente a quanto accadde nel periodo transitorio tra l’abolizione del sistema di “tariffe a forcella” e la prima introduzione dei costi minimi dell’autotrasporto, anche in seguito alla predetta abrogazione del 2015 da parte di più autorità si evidenziava la necessità di regolamentare il mercato delle tariffe in maniera uniforme perché strettamente connesso e funzionale alle esigenze di sicurezza della circolazione stradale.

Così, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con i due pareri del 15 aprile 2015 e del 8 febbraio 2017, ha esortato l’Amministrazione ad effettuare una rilevazione dei costi di esercizio in modo da definire un sistema di forcelle il più ampio possibile, al fine di garantire omogeneità nel mercato di riferimento ed evitare distorsioni a discapito della sicurezza stradale.

Anche la Corte di Giustizia è ritornata sull’argomento con l’ordinanza del 21 giugno 2016 con la quale ha precisato che l’art. 101 TFUE, in combinato disposto con l’art. 4, paragrafo 3, “deve essere interpretato nel senso che il medesimo non osta ad una normativa nazionale in forza della quale il prezzo dei servizi di autotrasporto delle merci per conto di terzi non può essere inferiore ai costi minimi di esercizio determinati da una amministrazione nazionale”.

Più recente è, infine, la decisione della Corte Costituzionale che con la sentenza n. 47 del 7 febbraio 2018 ha chiarito che le previsioni di cui all’articolo 83 bis della legge n. 133/2008 (in materia di sicurezza stradale) non si pongono in contrasto con i principi costituzionali avuto riguardo al principio che un interesse di ordine generale (la sicurezza della circolazione stradale e mercato dell’autotrasporto) può legittimare una limitazione alla libertà negoziale delle parti.

In tale contesto si inquadra l’adozione del decreto direttoriale n. 206 come ben spiegato dalla nota resa dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in cui si legge che la pubblicazione del decreto “avviene a conclusione di una vicenda che ha visto il decisivo contributo della Corte Costituzionale e dell’Autorità Antitrust, con il coinvolgimento degli stakeholders e che ha portato ad una rilevazione dei valori di riferimento dei costi di esercizio che definisce un sistema di forcelle il più ampio possibile, evitando di individuare valori dettagliati per ogni singola voce di costo medio, provvedendo invece ad aggregare le singole voci di costo omogenee”.

L’impostazione metodologica adottata dal Ministero consiste nella distinzione di quattro classi di veicoli, con riferimento alla massa complessiva massima di ciascun veicolo, e individua quattro voci di costo da associare alle forcelle di valori minimo-massimo, distribuite su 3 sezioni. Inoltre, per quanto riguarda i veicoli di massa complessiva fino a 3,5 tonnellate, utilizzati per lo più nel trasporto di ultimo miglio in ambito urbano e con percorrenza inferiore ai 100 Km, si prevede la possibilità di quantificare la remunerazione del servizio al tempo impiegato per il servizio.

Infine, ma non per importanza, nel decreto n. 206 è espressamente chiarita la natura non cogente dei valori dei costi di esercizio e si fa comunque riserva, dove necessario, di procedere con eventuali aggiornamenti di tali valori dei costi, rendendo di fatto ancora applicabile il regime di libertà negoziale delle parti nella determinazione delle tariffe.
*Avvocato, Senior Associate - Dipartimento di Diritto della Navigazione e dei Trasporti - Legance Avvocati Associati

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