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Tregua sui dazi, boom di container dalla Cina agli Stati Uniti. L’esperto: “Porti a rischio caos”

Michele Acciaro: “L’approccio degli Stati Uniti non ha alcun fondamento scientifico”

Alberto Ghiara
2 minuti di lettura

Piazzali semi vuoti a causa dei dazi nel porto di Los Angeles

 (reuters)

Genova – Stati Uniti e Cina hanno raggiunto una tregua sui dazi nei giorni scorsi a Ginevra, ma gli effetti della guerra commerciale non smettono di farsi sentire.

Se nelle scorse settimane il traffico commerciale fra le due sponde del Pacifico si era ridotto drasticamente (Sea-Intelligence ha stimato un calo di capacità dei servizi portacontainer di circa il 5 per cento nel periodo aprile-maggio, che però si è tradotto in un calo delle spedizioni fra il 30 e il 50 %), adesso si assiste all’effetto opposto: le navi e i porti si stanno riempiendo per approfittare della tregua di 90 giorni e questo comporta ulteriori problemi alla catena logistica. Secondo Ben Tracy, vicepresidente della piattaforma digitale di tracciamento dei container Vizion, le prenotazioni per l’invio di container dalla Cina agli Stati Uniti questa settimana sono aumentate del 277%.

«Il rischio di ingolfamento - spiega Michele Acciaro, professore del dipartimento Strategia e innovazione alla Copenhagen business school - esiste. L’abbassamento dei dazi durante una finestra temporale di 90 giorni provoca un colpo di frusta, gli importatori possono pensare di fare scorta negli Stati Uniti in attesa di vedere che cosa succederà dopo. Ma questo crea colli di bottiglia nel sistema logistico, soprattutto se ci sono già limiti di capacità come nelle infrastrutture degli Stati Uniti. Difficile prevedere che cosa succederà, dipenderà anche dalla capacità degli operatori logistici. Le difficoltà aumenteranno se continuerà questo stop and go sulle tariffe».

Fino alla scorsa settimana la merce cinese subiva dazi del 145% negli Stati Uniti, quella statunitense dazi del 125% in Cina. Gli accordi hanno portato a una sospensione di 90 giorni di queste cifre che di fatto impedivano il commercio fra i due paesi: gli Stati Uniti adesso applicano un dazio del 30% e la Cina del 10. E così le grandi compagnie marittime di linea stanno ricominciando a mettere stiva sul Pacifico.

L’amministratore delegato della tedesca Hapag-Lloyd, Rolf Habben-Jansen, ha detto che la compagnia ha cominciato a spostare navi più grandi sulle rotte transpacifiche perché si aspetta una crescita dei volumi nei prossimi due o tre mesi. Altre compagnie a causa dei dazi molto alti avevano deciso di cancellare i viaggi dei loro servizi, con i cosiddetti blank sailing che erano arrivati al 42% nella settimana del 5 maggio. Hapag-Lloyd invece aveva optato per l’utilizzo di navi più piccole, senza cancellazioni.

«Non mi sorprendono - afferma Acciaro - le scelte delle compagnie marittime. Alla base c’è un problema: l’approccio degli Stati Uniti sui dazi non ha alcun fondamento scientifico, non ha riscontro né in letteratura né nell’analisi empirica. Ovviamente ha provocato una grande paura e col passare del tempo ai dazi sono state date risposte strutturali. L’accordo ha dato respiro ai mercati portando a una riduzione dei dazi, che però sono ancora più alti di come erano prima».

Una valutazione condivisa da John David Rainey, chief financial officer del gruppo statunitense della grande distribuzione Walmart, fortemente colpito dal conflitto commerciale di Trump: «Apprezziamo i progressi per abbassare i dazi, ma lasciatemi sottolineare che sono ancora troppo alti».

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