Possetti: “Sei anni in attesa di giustizia. Fermiamo gli attacchi alle intercettazioni: il Morandi sia un monito per tutti”
Egle Possetti è la portavoce del Comitato ricordo vittime del Morandi, l’associazione dei familiari di chi non c’è più dal crollo del Ponte. E in quest'intervista non si tira indietro su nulla, neppure davanti alle domande sulla retata che il 7 maggio ha decapitato la Liguria
di Matteo Indice
Egle Possetti
(ansa)«Pretendiamo che la legge sia uguale per tutti, come spiega la Costituzione, e che lo Stato se ne ricordi. Invece vanno in scena continui attacchi ai mezzi per condurre le indagini e accertare la verità, in particolare contro le intercettazioni. Basta osservare la nostra vicenda per capire quanto siano importanti per avere giustizia, insieme ad altri strumenti legislativi che non devono essere depotenziati. La norma che dovrebbe equiparare le vittime dell’incuria a quelle del terrorismo? Aspettiamo da quasi sei anni, siamo stremati e crediamo che sia passato troppo tempo. Ma proprio nelle ultime settimane ci sono stati segnali confortanti. E dobbiamo sempre tenere alta l’attenzione su quanto accaduto il 14 agosto 2018, mentre molti riflettori si sono spenti dopo l’inaugurazione del nuovo viadotto».
Egle Possetti è la portavoce del Comitato ricordo vittime del Morandi, l’associazione dei familiari di chi non c’è più dal crollo del Ponte. E in quest'intervista non si tira indietro su nulla, neppure davanti alle domande sulla retata che il 7 maggio ha decapitato la Liguria con l’arresto dell’ex governatore Giovanni Toti, poi dimessosi: «Ci saranno i processi, ma quando appare con una certa chiarezza che chi era incaricato di tutelare il bene comune ha pensato primariamente al suo, si rimane basiti».
Perché parte dalle preoccupazioni sul rischio impunità, collegato al depotenziamento delle inchieste penali?
«Abbiamo l’impressione che sia in corso una vera e propria guerra contro mezzi fondamentali per scoprire i crimini, in primis i gravi reati determinati da omissioni e grandi interessi economici. Siamo spaventati dall’idea che certe indagini possano perdere di efficacia. E vorrei che gli accertamenti sul disastro di sei anni fa, sfociati in un dibattimento importantissimo, rappresentassero un monito. La facoltà di condurre approfondimenti da parte della magistratura deve rimanere solida: è chiaro che non vanno violati privacy e dati personali, ma sinceramente non mi pare che accada da molto tempo, quando di mezzo ci sono reati compiuti dai cosiddetti colletti bianchi».
Qual è il suo bilancio del processo iniziato nel 2022? Come valuta i tempi?
«È partito e proseguito con il piede giusto, nonostante la complessità di alcune questioni tecniche e il numero elevato degli imputati. Il fatto che si svolgano tre udienze a settimana e che il calendario sia assai fitto ha permesso di progredire in modo significativo».
Cosa si aspetta dal prosieguo?
«Dopo l’ultima finestra più tecnicistica, chiusa prima della pausa estiva, torneremo nel vivo e credo che nel giro di qualche mese la Procura tirerà le somme, formulando le sue richieste: sarà un momento importante».
Cosa ha svelato, ai suoi occhi, l’aula in due anni?
«Tantissimo e in molti frangenti, lo ripeto, proprio grazie alle intercettazioni. Si è dimostrato che c’è stata una grande sottovalutazione dei rischi, subordinati agli obiettivi economici, ed è stata compiuta da chi doveva gestire l’opera ovvero Autostrade. Poi abbiamo scoperto che si è palesata spesso, nella gestione del Ponte, una gravissima incompetenza tecnica. E infine emerge la disarmante impotenza da parte di chi doveva esercitare il controllo, cioè lo Stato attraverso il ministero dei Trasporti. Per vent’anni si sono fidati di chi mandava un fogliettino copia-incollato dicendo che andava tutto bene».
Lo Stato non era in grado di gestire l’intera rete autostradale e la privatizzazione è stato un epilogo quasi obbligato.
«È chiaro che un privato per farsi carico di un’infrastruttura deve avere degli utili, ma non così tanti, altrimenti qualcosa non quadra. Un caso come quello di Genova, anche a livello imprenditorial-economico, non ha pari in Europa: solo qui certi impresari si sono permessi di spolparlo, lo Stato. E io mi chiedo: qual è il vero motivo per cui l'amministrazione pubblica e la politica si sono fidati così tanto di quel che gli dicevano i privati? Non è ancora così cristallino».
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Cosa intende?
«Mi permetto di replicare con una domanda: i ministeri hanno preso per buoni quei report perché il concessionario era molto bravo - cosa che evidentemente non corrispondeva al vero, visto ciò ch’è avvenuto - o per qualche altro motivo?».
Perché è crollato il Morandi?
«Perché non c’è stata un’adeguata manutenzione. Non è un caso che abbia ceduto l’unico fra i tre piloni principali sul quale non era mai stato eseguito nessun rinforzo strutturale».
Autostrade sostiene ci fosse un vizio occulto nella costruzione, che ha pregiudicato qualsiasi prevenzione.
«Tutte le opere d’arte sono realizzate in una maniera non sovrapponibile al 100% al progetto sulla carta, ma mica crollano così. Hanno provato a raccontarci prima che la struttura era stata destabilizzata da una bobina, poi da un fulmine, magari spunterà un tornado. La realtà è che in vent’anni di gestione privata non è stato fatto pressoché nulla. È innegabile e i grandi manager non possono avere solo onori, un amministratore delegato dovrebbe essere ossessionato dall’incolumità di chi attraversa i ponti affidati alle sue aziende (il riferimento è a Giovanni Castellucci, ex capo di Aspi e uno dei principali imputati, ndr). Il processo ha svelato condizionamenti fortissimi, dentro Autostrade, è bastato vedere come l’ex dirigente delle manutenzioni (Michele Donferri Mitelli, altro inquisito, ndr) si rivolgeva a una sua ex sottoposta in tribunale».
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Avrebbero dovuto chiuderlo prima?
«Bisognava progressivamente attrezzarsi per un’evenienza del genere, prendere in considerazione davvero la possibilità di demolirlo per realizzare qualcos’altro».
I sei anni dalla strage non sono una cifra tonda e mediatica, a Genova non è prevista la presenza di alcun ministro. L’attenzione si è affievolita?
«Noi lo percepiamo dal giorno successivo a quello in cui è stato inaugurato il nuovo viadotto. Non pretendiamo che le emozioni restino cristallizzate, il mondo è segnato da emergenze continue, le guerre ci sconvolgono. Ma l’enfasi per aver costruito in tempi celeri il ponte San Giorgio non deve farci dimenticare quanto avvenuto. Il caso Genova e il dibattimento che ne è scaturito possono segnare un prima e un dopo. Gli occhi devono rimanere aperti almeno a livello nazionale. Eppure qualcuno faticava a ricordare già nei primi giorni successivi allo scempio che Autostrade era di proprietà della famiglia Benetton».
Il vicepremier Matteo Salvini, nel 2023, promise che quest’anno si sarebbe ripresentato con l’annuncio della legge che equipara le vittime dell’incuria a quelle del terrorismo. A che punto siamo?
«A quest’ora avremmo già dovuto concludere e ormai siamo stremati. Tuttavia, nelle scorse settimane noi del comitato siamo stati a Roma, proprio da Salvini e dal viceministro ai Trasporti, il genovese Edoardo Rixi (anche lui della Lega, ndr). Stiamo collaborando affinché dei quattro disegni di legge presentati finora sul tema se ne faccia uno solo. Non credo ci vorrà molto per arrivare finalmente al traguardo. Abbiamo trovato ascolto e attenzione bipartisan».
Mercoledì, per la prima volta dal 14 agosto 2018, non ci sarà Giovanni Toti a rappresentare la Regione, essendosi dimesso da presidente dopo l’arresto per corruzione. Cosa pensa dell’inchiesta che ha decapitato la Liguria, visto che alcune figure coinvolte hanno avuto competenze specifiche sul dopo-crollo?
«Premessa: è vero che Toti era il commissario all’emergenza, ma noi abbiamo avuto rapporti sempre con Marco Bucci, sindaco e poi delegato alla ricostruzione. Come cittadina sento comunque di poter esprimere una considerazione: quando emergono episodi così gravi, confermati da più giudici, il mio primo pensiero è che le decisioni delle toghe non possono essere state prese a cuor leggero. Un po’ mi sconcertano i continui attacchi ai magistrati. E su altri aspetti resto basita».
Quali?
«È ovvio che si debbano attendere i processi per la conferma o meno delle contestazioni penali. Ma se si delineano con evidenza comportamenti finalizzati in prima battuta all’interesse personale da parte di chi avrebbe dovuto tutelare quello generale, be’, c’è da preoccuparsi. Sono inquieta nel vedere che chi è stato eletto, ricevendo un mandato collettivo, potrebbe aver pensato solo a sé stesso: così si tradisce la fiducia di tutti».
Le indagini svelano che a un certo punto Bucci, proprio in qualità di commissario, cerca di far usare un tesoretto collegato alle procedure di ristoro post-Morandi per un riempimento portuale sollecitato dal terminalista Aldo Spinelli, sebbene lo stesso Bucci respinga questa ipotesi. Cosa ne pensa?
«L’ho appreso, mi ha colpito. Non ho la formazione tecnico-amministrativa per esprimermi nel dettaglio. Ma dalla nostra prospettiva, anche un centesimo lontanamente collegato ai risarcimenti doveva, deve e dovrà essere investito nella Valpolcevera martoriata dal disastro. Per il resto, va riconosciuto che il nostro rapporto con Bucci è sempre stato intenso e costruttivo».
Come procede la realizzazione del memoriale?
«L’impegno economico del Comune è stato importante e ci hanno permesso di avere sempre voce in capitolo sull’allestimento. L’iniziale progetto di Stefano Boeri ci aveva entusiasmato e credo che quella del 14 novembre come data per la possibile inaugurazione resti una previsione corretta, a meno che più o meno in concomitanza non vi siano le elezioni regionali. Non vorrei anticipare troppo perché dovrà essere un giorno emozionante, in cui ci renderemo conto, davvero, di cos’è accaduto il 14 agosto 2018 a Genova». —
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