Il gioco dell’oca del Terzo valico: da rifare le nuove volte delle gallerie
Le rocce friabili non consentono di usare le talpe per la posa delle coperture. Migliaia di blocchi di cemento armato, costati 30 milioni, sono da demolire
Giampiero Carbone
Terzo Valico, il cantiere in Val Lemme a Voltaggio
Novi Ligure – Le ombre sul Terzo valico dei Giovi ora non riguardano più soltanto i tempi di conclusione dei lavori. C’è dell’altro: uno spreco di risorse pubbliche per un’opera ferroviaria ormai costosissima - oltre sette miliardi per 53 chilometri - che si trascina dal 2012, tra Genova e Tortona. A Novi Ligure c’è una distesa di conci stoccati in un’area dismessa. Migliaia di blocchi in cemento armato.
Dovevano servire per realizzare i 27 chilometri di galleria sotto l’Appennino, tra Liguria e Piemonte, invece da settimane decine di Tir ogni giorno li trasportano a decine di chilometri in altri siti dell’Alessandrino, a Rocca Grimalda e Castellazzo Bormida, perché vengano demoliti.
La realizzazione del tunnel sta incontrando evidenti difficoltà, non solo per la presenza di amianto e gas: dal 2022, tra Arquata Scrivia e Voltaggio, lo scavo verso sud è stato bloccato a causa delle rocce, così friabili da impedire alle due talpe meccaniche di procedere. Dopo vari tentativi nel 2023 Cociv (il consorzio guidato da Webuild che ha l’appalto per la maxi opera) ha alzato bandiera bianca e smontato le talpe con costi mai resi pubblici. Da allora lo scavo procede a colpi di martellone. I conci servivano a costruire la volta della galleria ed erano posati in automatico dalle talpe; invece ora si va avanti con gettate di cemento. L’appalto per la costruzione dei conci è costato 30 milioni ed era stato affidato nel 2018 alla Società prefabbricati per infrastrutture (Spi) di Cremona, che li ha prodotti in provincia di Alessandria, a Castelletto Monferrato e Carrosio. Da lì venivano trasferiti nel cantiere di Radimero, ad Arquata Scrivia, finché sono serviti, ma l’azienda lombarda fa sapere che la commessa è stata comunque conclusa a luglio 2023, quando le talpe erano in panne da tempo. Proprio per questo Spi ha dovuto stoccarli a Novi in attesa di sapere cosa fare.
In cinque anni l’azienda lombarda ha prodotto 2.500 anelli composti da 8 conci ciascuno. Circa 1.200 sono stati usati per le gallerie e 1.300 messi a deposito, 200 nei cantieri e 1.100 a Novi, dove, spiegano dall’azienda, «sono ancora stoccati 850 anelli. L’area dovrebbe essere liberata entro ottobre». Rfi, società delle Ferrovie committente del Terzo valico, spiega: «Come noto lo scavo delle gallerie di Valico con l’uso delle frese non ha potuto proseguire, a causa dei noti problemi geologici, e le talpe si sono dovute fermare».
I blocchi di cemento vanno al macero perché non servono più. Non servono nemmeno in altri cantieri, perché le caratteristiche della roccia da scavare e delle frese sono incompatibili. Rfi nulla rivela sul costo di questa attività di smaltimento dei conci ma è noto che il costo di costruzione di ciascun blocco - filtra dal Cociv - si aggira sui 6-7 mila euro. Quelli da smaltire secondo i promotori del Terzo valico sarebbero un migliaio, dato che si scontra con quello forniti da Spi. Sarebbero comunque almeno una decina di milioni persi. L’obiettivo di Cociv è ricavare cemento da rivendere sul mercato per limitare il danno alle casse pubbliche, già molto generose per il Terzo valico, visto che il limite di spesa fissato nel 2010 in 6,5 miliardi è stato ampiamente superato. Lo scorso anno il governo ha assegnato altri 700 milioni per fronteggiare “l’emergenza geologica”, vale a dire proprio lo stop alle talpe meccaniche sotto l’Appennino e le relative conseguenze, compreso evidentemente lo smaltimento dei conci.
«Dagli anni ’90 al 2012 - spiega Mario Bavastro di Legambiente - Cociv ha eseguito una miriade di sondaggi geognostici sull’Appennino proprio per comprendere la situazione dal punto di vista geologico in vista dello scavo del tunnel. Ora ci tocca vedere i conci mandati allo smaltimento con ulteriori costi per le casse pubbliche». Rfi ha giustificato il problema geologico con la profondità della montagna in quel tratto. Di recente c’è stato un altro intoppo: cantieri fermi a causa della presenza del gas grisù. È stato necessario potenziare i sistemi di aspirazione nelle gallerie per evitare pericoli per gli operai. Ora l’attività è ripresa.
Un’opera che non sembra conoscere pace, il Terzo valico. Anni fa - come con la Torino-Lione - il primo governo Conte aveva provato a fermarlo. L’analisi costi-benefici commissionata nel 2018 ad alcuni studiosi indipendenti aveva dato esito negativo, ma i lavori erano in fase talmente avanzata che fermarli avrebbe comportato oneri molto più ingenti.
Ora il timore del governo è perdere i fondi del Pnrr assegnati all’opera: la data limite entro cui chiudere i cantieri è il 2026 ma il commissario Calogero Mauceri parla già del 2027 assicurando però che l’anno prima verrà attivata la prima canna. Una scommessa che sembra tuttavia sempre più ardua da vincere.
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