Il presidente di Confetra: “Ancora troppe barriere commerciali nell’Ue. Contro i dazi ripartire dal mercato unico”
Carlo De Ruvo interviene sulla guerra commerciale Usa-Cina. Benifei: “Il problema c’è, ma non può essere l’unica risposta dell’Ue a Trump”
Alberto Ghiara
Genova – Nell’epoca dei dazi, l’Europa si scopre fragile proprio là dove potrebbe essere più forte, il mercato interno. «Bisogna ripartire dal mercato unico», afferma il presidente di Confetra, Carlo De Ruvo, perché le barriere fra gli Stati membri pesano ancora. «L’Unione europea potrebbe aumentare il suo Pil del 7 per cento se riducesse del 10 cento le barriere interne» dice De Ruvo citando il Fondo monetario internazionale (Fmi), per sottolineare la situazione paradossale in cui si trova l’Europa assediata dalle guerre commerciali, oltre che da quelle reali.
Lo scorso 12 luglio il presidente statunitense Donald Trump ha preannunciato dazi al 30 per cento per tutti i prodotti provenienti dall’Unione europea a partire dal 1° agosto e minacciato ritorsioni in caso di contro-dazi. «In questo clima di caos e incertezza - spiega il presidente di Confetra - è richiesto all’Europa di battere un colpo se non vuole rimanere schiacciata tra Cina e Stati Uniti. L'abbassamento delle barriere commerciali interne, nel settore delle merci e in particolare dei servizi, deve essere una priorità. Per questo lanciamo un appello al Governo italiano affinché si faccia promotore di una politica europea in grado di rispondere in modo pronto e unitario alle sollecitazioni esterne».
Secondo De Ruvo «l’Europa paga una forte debolezza nella contrattazione con il partner americano e ciò è evidente. La Cina invece è giunta a un accordo e ha già iniziato un riposizionamento nel mercato globale. L’export della Cina verso gli Stati Uniti è crollato del 34,5 per cento ma è aumentato quello verso l’Europa del 12 per cento. Noi vediamo un’Europa in difficoltà che, nonostante le enormi potenzialità, rischia di perdere l’ultimo treno per rimanere in scia con le economie più avanzate». Il presidente cita una ricerca del 2024 del Fmi secondo cui le elevate barriere commerciali all'interno dell'Europa equivalgono a un costo ad valorem del 44 per cento per i prodotti manifatturieri e del 110 per cento per i servizi: «Questi costi sono sostenuti dai consumatori e dalle imprese dell'Ue sotto forma di minore concorrenza, prezzi più elevati e minore produttività. Oggi la produttività totale dell'Ue è di circa il 20 per cento inferiore a quella degli Stati Uniti e minore produttività significa minori redditi. Anche nelle maggiori economie avanzate dell'Ue, il reddito pro-capite è inferiore di circa il 30 per cento rispetto alla media degli Stati Uniti».
E aggiunge: «Il Fmi ci dice che l'Ue potrebbe aumentare il suo Pil del 7 per cento se riducesse del 10 per cento le barriere interne per il commercio di merci e la produzione multinazionale attraverso l'apertura di settori protetti, la liberalizzazione dei servizi, il miglioramento nelle infrastrutture di frontiera e l’armonizzazione delle normative, il tutto accompagnato da progressi verso un mercato integrato dei capitali».
Ma quali sono i freni a questo sviluppo? Per l'europarlamentare Brando Benifei, unico rappresentante ligure a Bruxelles, il quadro è articolato: ci sono le barriere che occorre ridurre, esistono differenze fra paesi che non è semplice superare, e lo sviluppo del mercato interno non può essere l’unica risposta europea alla politica di Trump. «Indubbiamente - premette - come indicato dai rapporti Draghi e Letta il mercato interno dell'Unione Europea è ancora profondamente incompleto. Ma non si può derubricare il tema dei dazi, perché la vocazione del nostro Paese è fortemente esportatrice. Inoltre il lavoro e le condizioni economiche sono diversi tra i paesi e quindi l'abbattimento delle barriere ha necessariamente una gradualità legata anche all'adattamento dei sistemi economici».
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