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Napoli, in crisi i “camalli” partenopei

Genova - Braccio di ferro con l’Authority per ottenere l’articolo 15 bis. Male anche Conateco: 100 esuberi se non sarà rinnovata la cassa integrazione.

Alberto Ghiara
2 minuti di lettura

Genova - E’ braccio di ferro fra Autorità portuale e Compagnia unica lavoratori portuali di Napoli, per il riconoscimento del diritto di quest’ultima a ottenere i fondi previsti dall’articolo 15 bis della legge 84. La Culp ne ha fatto richiesta più di un anno fa, ma a febbraio 2016 l’Authority aveva archiviato la pratica per mancanza di risposte da parte dell’Inps. Il presidente della Culp, Pierpaolo Castiglione, spiega che i fondi sono necessari in un momento di difficoltà del porto di Napoli che sta incidendo sui conti della compagnia, in attesa che vengano superati l’impasse sulla governance (lo scalo è commissariato da più di tre anni) e quella sulle opere, con i dragaggi non ancora partiti. Soprattutto questi ultimi potrebbero avviare un circolo virtuoso che rilancerebbe lo scalo, ma non prima di due anni. Nel frattempo la Culp sta coprendo le perdite con le riserve del fondo di accantonamento. Il passivo, che fino a tre anni fa si aggirava sul milione di euro all’anno, sotto la presidenza di Castiglione è sceso a 300 mila euro. Un peso comunque non più sostenibile.

«Fra un anno e mezzo i soldi del fondo finiranno e se non cambia qualcosa saremo costretti a dichiarare fallimento», afferma Castiglione. Per questo la comunicazione dell’Autorità portuale che la pratica per accedere ai fondi dell’articolo 15 bis era archiviata è arrivata come una doccia gelata. «Abbiamo protestato e finalmente ci è stato promesso che domani (oggi per chi legge, ndr) la pratica verrà riaperta. Altrimenti faremo ricorso al Tar». I termini per presentarlo stanno scadendo e quella di oggi è l’ultima occasione per non arrivare ancora una volta alle carte bollate. La Culp ha fatto richiesta di poter godere dei vantaggi del 15 bis per quattro anni, fra 2014 e 2017. Complessivamente sono stati chiesti 2,080 milioni di euro da spalmare sui quattro anni. Di questi, 130 mila saranno destinati alla formazione, gli altri a coprire le posizioni previdenziali (contributi e assegni) del personale in esubero. In cambio del beneficio, infatti, la legge chiede alle compagnie una riduzione del personale pari al 5 per cento per ogni anno. La Culp ha un organico di 80 persone e ha previsto in quattro anni il pensionamento di 15 lavoratori, che non saranno sostituiti.

Al di là delle soluzioni di emergenza, il porto di Napoli ha bisogno di interventi strutturali. I dragaggi non possono partire perché mancano i finanziamenti europei. Perso il treno dei fondi del periodo 2007-2013, 150 milioni che non è riuscita a utilizzare in tempo, l'Autorità portuale sta aspettando una risposta della Commissione sulla possibilità di inserire la stessa cifra nel programma europeo 2014-2020. L’altro ieri è stata inviata una lettera alla Regione sollecitando chiarimenti sul tema. L’alternativa, come ha accennato anche il ministro Graziano Delrio nel suo ultimo passaggio a Napoli, ospite del Comitato portuale, è accendere un mutuo, grazie all’avanzo di 23 milioni dell’ultimo bilancio dell’Authority. Una volta risolto il problema finanziario, saranno necessari almeno 4-6 mesi per la gara, salvo contenziosi, e 14 mesi di lavori. L’orizzonte perché il porto sia pronto ad accogliere navi più grandi è quindi il 2018, proprio il periodo che potrebbe coprire l’articolo 15 bis chiesto dalla Culp.

Ma quest’ultima non è sola a essere in difficoltà nello scalo partenopeo. Il terminal Conateco ha risolto nei mesi scorsi il contenzioso con l’Autorità portuale, pagando i canoni arretrati e salvando la concessione. «Ma sul fronte finanziario - afferma Ugo Milone, rappresentante dei lavoratori in Comitato portuale e segretario nazionale Fit-Cisl portuali - ci sono ancora grossi problemi. Il 31 luglio scade la cassa integrazione per i 357 dipendenti. L’azienda ha minacciato di avviare cento esuberi». Il sindacato ha chiesto di aprire un tavolo per discutere sui costi portuali che devono sostenere le aziende. «Una ricerca di Confindustria - afferma Milone - mostra che a Napoli sono i più cari d’Italia. Qui si paga il doppio anche rispetto al vicino porto di Salerno. I collaboratori del ministro, Luigi Merlo e Ivano Russo, hanno assicurato che il tavolo verrà aperto presto».

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