«Trieste in crescita ma il contraccolpo della crisi europea arriverà anche qui» / INTERVISTA

Trieste - I dati Eurostat mostrano che nel 2018 il porto europeo che ha moivmentato di gran lunga la maggiore quantità di merce di ogni tipo è stato Rotterdam, con 441 milioni di tonnellate (quasi metà di rinfuse liquide). Trieste è l'unico porto italiano tra i primi 10 della classifica europea

di Alberto Ghiara

Trieste - I dati Eurostat mostrano che nel 2018 il porto europeo che ha moivmentato di gran lunga la maggiore quantità di merce di ogni tipo è stato Rotterdam, con 441 milioni di tonnellate (quasi metà di rinfuse liquide). Anversa ha movimentato 212 milioni di tonnellate (51 per cento containerizzato) e Amburgo 118 milioni (61 per cento in container).

Nella prima metà del 2019 il traffico portuale europeo era in crescita del 4%, ma per il 2020 Eurostat si attende pesanti effetti dal coronavirus. Nel 2018, l’unico porto italiano nella classifica dei primi 10 dell'Eurostat era Trieste, nono con 57 milioni di tonnellate.

Qual è oggi la situazione dello scalo giuliano di fronte all’emergenza sanitaria?

«L’impatto - risponde il presidente, Zeno D’Agostino - è più forte dove maggiore è il flusso di passeggeri. A Trieste in questo periodo non ci sono crociere e i traghetti sono soltanto merci per Turchia e Albania. Di conseguenza per il momento l’effetto è contenuto, anche a marzo. Abbiamo avuto un calo dell’8 per cento nei container e addirittura una crescita del 4-5 per cento dei traghetti ro-ro. Stanno andando bene i treni che è l’unica modalità che attraversa i confini. Addirittura l’intermodalità portuale sta attirando l’interesse anche di merce che non arriva dal porto, dopo che paesi come Slovenia, Croazia e Ungheri hanno bloccato i flussi di camion».

Quali sono le aspettative per il prossimo futuro?
«Il fatto che Trieste sia lo scalo italiano con la maggiore vocazione internazionale finora ci ha avvantaggiato, perché abbiamo sentito meno la crisi italiana, che è partita per prima. Adesso si sta chiudendo l’economia nazionale, presto però succederà anche con quella continentale. Avremo gli effetti di questo ad aprile. Se l’Italia sarà la prima economia a uscire dall’emergenza, noi rischiamo di restare legati a economie nazionali che saranno ancora nel pieno della crisi. Chi è ne uscita è la Cina, l’unico mercato che rimarrà aperto nel 2020».

Che misure di protezione ha preso l’Autorità di sistema del mar Adriatico orientale?
«Abbiamo adottato lo smart working in maniera quasi totale a partire dai primi giorni. Riguarda l’80% del personale, tranne gli operativi. Abbiamo dato a tutti dotazioni tecnologiche per essere collegati da casa o mascherine per chi lavora sul campo, come gli ispettori, anche ai 400 dipendenti delle partecipate e ai privati. Se si blocca un anello della catena si blocca tutto il porto. Abbiamo avuto un dialogo intenso coi sindacati».

Siete sempre in contatto con la Cina per i progetti in comune lanciati lo scorso anno?
«A metà dello scorso febbraio avremmo dovuto avere il primo incontro per il progetto di export vinicolo, ma si è fermato tutto. Adesso stiamo riattivando le relazioni, siamo quasi pronti. I contatti con la Cina sono stati utili anche per sapere come muoverci durante l’emergenza. Cccc ha inviato 10 mila mascherine, altre ne arriveranno da China merchants. Non voglio che nessuno in porto abbia il problema delle mascherine».

Com’è cambiato il lavoro all’interno dell’Authority?
«Abbiamo più tempo per pensare: ferma la programmazione straordinaria, è più attiva la progettualità strategica. Intanto negli ultimi tempi abbiamo lavorato su progetti di innovazione, da Baku all’Univeristà di Monaco, dal Texas alla Malesia. E’ un filone importante che avrà una forte accelerata, grazie anche allo smart working. C’è richiesta di consulenza strategica sull’esperienza intermodale di Trieste, perfino da parte del porto di Amburgo. Questo tipo di attività genera reddito e sposta l’asse sulla componente cognitiva, facendoci uscire dalla competitivtà fra porti per i traffici, che genera anche effetti negativi, come l’offerta di servizi sottocosto. Il mercato c’è e le relazioni internazionali che abbiamo ci hanno aiutato».

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