Guardare all'estero per evitare autogol / IL COMMENTO

Genova - In un settore abituato a crescere a ritmi forsennati, il tema dell’overcapacity era un problema che nessuno aveva tempo e voglia di affrontare quando il più importante sistema portuale italiano iniziò a progettare nuovi terminal

di Francesco Ferrari

Genova - In un settore abituato a crescere a ritmi forsennati, il tema dell’overcapacity era un problema che nessuno aveva tempo e voglia di affrontare quando il più importante sistema portuale italiano - quello che va da Livorno a Vado Ligure - iniziò a progettare nuovi terminal dedicati al traffico container. Del resto 15 anni fa il mondo dello shipping, sospeso com’era fra euforia ed esaltazione, non aveva altro credo che non fosse la crescita. A qualunque costo. Così, mentre gli armatori rastrellavano navi a prezzi folli sul mercato asiatico, i porti sgomitavano per avere più spazi dove accogliere le merci che quelle navi avrebbero dovuto trasportare.

Nessuno aveva previsto né la grande crisi finanziaria del 2008 né tantomeno la pandemia del 2020. Per capire gli effetti di quelle scelte sul mondo di oggi, basti pensare che con l’entrata in servizio del terminal di Calata Bettolo i porti regolati dall’Authority di Genova e Savona metteranno al servizio del mercato una capacità teorica pari alla metà del traffico generato ogni anno dagli scali italiani. Ci sarà spazio per tutti, in un contesto del genere? Probabilmente sì, almeno nel medio termine. Ma, è inutile nasconderlo, con margini troppo esigui per fare dormire sonni tranquilli a operatori e mondo del lavoro. Ecco perché, adesso più che mai, diventa indispensabile spostare l’attenzione sui mercati esteri, diventare più competitivi e affidabili. In una parola, più credibili.

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