La morte di Nerli e la fine di un'epoca della portualità / IL PERSONAGGIO

Il sospetto è una forma di condanna, forse la più subdola: Nerli ne soffriva al punto da voler cancellare ogni traccia di quell’ombra. Lo avevano accusato di avere organizzato cene elettorali per raccogliere fondi a favore dei Ds, abusando della sua posizione di presidente dell’Autorità portuale di Napoli. «Ma mi ci vedete a ricattare Cosco, ovvero il governo cinese?».

Francesco Nerli (a destra) con l'ex segretario del porto di Napoli Pietro Capogreco

di Francesco Ferrari

Roma - Gli amici, i compagni di partito e gli avversari di una vita, non gli avevano mai voltato le spalle. Ma neppure il loro ostinato sostegno lo aveva messo al riparo dai segni che un’inchiesta lunga otto anni lascia nell’anima e sul corpo di un innocente.

Francesco Nerli, morto ieri a 72 anni, da quel processo era uscito pulito, con formula piena per dirla con l’antico linguaggio delle aule di tribunale. «Per arrivare a sentenza, ed evitare la prescrizione, abbiamo anche rinunciato a portare testimoni», raccontò al Secolo XIX pochi istanti dopo la fine di quell’incubo, nell’ottobre di quattro anni fa.

Il sospetto è una forma di condanna, forse la più subdola: Nerli ne soffriva al punto da voler cancellare ogni traccia di quell’ombra. Lo avevano accusato di avere organizzato cene elettorali per raccogliere fondi a favore dei Ds, abusando della sua posizione di presidente dell’Autorità portuale di Napoli. «Ma mi ci vedete a ricattare Cosco, ovvero il governo cinese?». Su quella vicenda, lui che con l’ironia ha sempre convissuto, non ha mai voluto scherzare. «Mi hanno rovinato la vita, né più né meno. Otto anni per sentire la frase “il fatto non sussiste”: assolto in tredici secondi. È chiaro che sono soddisfatto, contento. Ma qualche riflessione questa vicenda la impone».

Toscano di Rosignano Marittimo, sindacalista della Cgil, deputato e senatore del Pci-Pds, primo presidente di un’Autorità portuale in Italia (a Civitavecchia), poi presidente a Napoli e di Assoporti: una vita intensa, legata a doppio filo al mondo della politica e a quello del lavoro.

Il genovese Franco Mariani, compagno di scuola politica di Nerli, altro uomo-simbolo della portualità italiana, oggi piange l’amico di una vita: «Ci siamo conosciuti a Roma, sul finire degli anni Ottanta. Abbiamo vissuto insieme per molto tempo durante la permanenza nella capitale. Prima in una stanza che dividevamo, poi in una casa più grande. I compiti erano assegnati in base alle capacità. Io cucinavo e lui lavava i piatti. Abbiamo affrontato insieme anche i problemi delle nostre vite. Mi leggeva come un libro aperto. A volte si dice che i problemi di salute delle persone sono legate allo stress. Francesco ha sofferto molto per la vicenda giudiziaria, perché la sua dirittura morale non poteva essere motivo di dubbio».

«Sono davvero molto dispiaciuto. Nerli era un appassionato conoscitore del mondo portuale in tutte le sue sfaccettature. C'era tra noi un grande rispetto e una stima reciproca anche quando ci trovavamo su posizioni molto diverse», ricorda l’armatore Stefano Messina. «Ho imparato molto da lui. E posso dire oggi che avrebbe meritato di completare il suo straordinario curriculum con un ruolo di governo, anche in segno di quella riconoscenza e gratitudine che il Paese intero e non solo la portualità gli devono», dice Luigi Merlo.

«Come non ricordare di Nerli quel tratto di ironia e di scanzonatura tutte toscane, dietro le quali si celava un’intelligenza, una scaltrezza politica, ma anche una fermezza di idee», è il ricordo di Pasqualino Monti, già presidente di Assoporti. E ancora Gian Enzo Duci, numero uno degli agenti marittimi italiani: «Ho un ricordo bellissimo di una serata con lui a giocare a biliardo al Tunnel dopo aver convinto il maestro di casa a fargli fumare il sigaro dove era supervietato, maniche rimboccate e il tocco del grande giocatore. La mattina dopo era uno dei relatori del primo convegno che avevo organizzato in occasione dello Shipping Dinner quando ero stato nominato presidente dei giovani di Assagenti. Era all'apice del potere, ma si era messo a giocare come un ragazzino in mezzo a ragazzini».

«Uomo di grande intelligenza, eminente conoscitore del mondo marittimo portuale italiano», lo descrive Mario Mattioli, presidente di Confitarma. Per Raffaella Paita, presidente della Commissione Trasporti della Camera, «l'Italia perde una delle figure più autorevoli e forti della portualità nazionale». «Nerli - scrive Assoporti nel suo saluto all’ex presidente - è stato un uomo di grandi passioni, un uomo di mare, attento alle istanze dei lavoratori con una visione legata allo sviluppo dei nostri porti. La sua generosità non è sempre stata ripagata da eguale moneta». «Voglio ricordare di Francesco Nerli la grande passione, l’intelligente concretezza, l’impegno incessante di lunghi anni per dare una prospettiva alla nostra portualità - scrive su Facebook l’ex ministro dei Trasporti Pier Luigi Bersani - con incredulità e tristezza». Di «amico caro» parla Massimo D’Alema: «Francesco è stato un uomo di governo e un riformatore autentico. Ma, soprattutto, fino all’ultimo, è stato animato da una grande passione politica e civile e ha vissuto le sue battaglie con lo spirito di un compagno autentico».
Oggi l’ultimo saluto nella camera ardente del Mater Dei di Roma. —

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