Porto di Genova, l’allarme di Silomar. “Col nuovo Piano regolatore rischiamo di perdere gli accosti”
Il nuovo Piano regolatore del porto di Genova rischia di far rimanere un’azienda senza accosti per le navi. Si tratta della Silomar, la società dei depositi di prodotti chimici non infiammabili che da 70 anni si trova sotto la Lanterna
di Alberto Quarati
I depositi della Silomar visti dall'Elicoidale di San Benigno
Genova - Il nuovo Piano regolatore del porto di Genova rischia di far rimanere un’azienda senza accosti per le navi. Si tratta della Silomar, la società dei depositi di prodotti chimici non infiammabili che da 70 anni si trova sotto la Lanterna. Come si legge nella lunga memoria inviata dall’azienda all’Autorità di sistema portuale, il tema sta nel riempimento di Calata Ignazio Inglese, ultimo tassello di quello che dovrà essere la mega-area container che sorgerà all’ingresso del porto di Sampierdarena, con il potenziamento dei terminal Bettolo, Rinfuse e Gpt. Proprio all’interno del compendio in concessione al gruppo Spinelli oggi si trovano cinque accosti della Silomar, che non affaccia direttamente sul mare.
Sono collegati ai depositi tramite tubi sotterranei, e si trovano a Ponte Ex Idroscalo Ponente, su tutti e tre i lati (quindi testata compresa) di Ponte Etiopia, e Calata Massua, dove però la linea di banchina è corta, e serve solo per le bettoline che caricano e scaricano i carburanti immagazzinati alla Silomar. Ora, basta guardare la cartina dei futuri riempimenti sin qui ipotizzati da Autorità di sistema e Comune, ad esempio quella pubblicata dal Secolo XIX lo scorso 7 novembre, per capire cosa succederà e quali sono i timori dell’azienda: non solo, come già previsto da Palazzo San Giorgio nelle more della costruzione del Tunnel Subportuale, saranno riempite le Calate Giaccone e Concenter, ma appunto anche la vicina Ignazio Inglese: quindi addio per certo a due accosti, Ex Idroscalo ed Etiopia Levante. Ma siccome la linea di banchina avanzerà verso il mare, addio anche all’accosto in testa a Ponte Etiopia. E siccome nei progetti del gruppo Spinelli è previsto che il nuovo terminal container si estenderà non solo lungo la nuova linea di banchina, ma anche all’interno di Calata Massaua, salterebbe anche l’accosto di Ponte Etiopia Ponente. Rimarrebbe solo il mini-ormeggio per le bettoline.
“Con i riempimenti - spiega l’amministratore delegato Andrea Rebolino - aumenteranno i piazzali a disposizione dei container, ma diminuirà, e parecchio, la linea di banchina del terminal”. Questo significherà che se anche venissero prolungate le tubature dell’accosto in testa a Ponte Etiopia, e pure rimanesse quello di Ponte Etiopia Ponente, la convivenza tra portacontainer e chimichiere diventerebbe molto più complessa.
È la logica con cui nasce il maxi-compendio container: ottimizzare gli accosti aumentando gli spazi a terra. Con il rischio però che la Silomar riamanga schiacciata dall’ingranaggio, non riuscendo più a ricevere navi: “Anche perché – continua il manager – rispetto alle navi portacontainer, che operano servizi di linea, le nostre hanno arrivi spot. E questo significa che già oggi, le portacontainer hanno sempre la precedenza sulle chimichiere. Con gli accosti così ridotti, ci troveremo veramente in difficoltà. Specie se poi dovessero essere aperti i Depositi chimici a Ponte Somalia, con accesso diretto al mare. Gli armatori non avrebbero dubbi su dove andare”.
Allo stato attuale, la Silomar sta discutendo con il gruppo Spinelli per poter avere due accosti in luogo di uno su Ponte Etiopia Ponente, che rispetto alla banchina in linea potrebbe avere un utilizzo meno intensivo. “Però - aggiunge Rebolino - questa operazione non può essere gestita tra semplici intese tra privati”. Di qui la richiesta contenuta nella memoria inviata al commissario dell’Authority Paolo Piacenza (ma anche al sindaco-commissario per la Ricostruzione Marco Bucci e al comandante della Capitaneria di porto, l’ammiraglio Piero Pellizzari e per conoscenza al viceministro dei Trasporti, Edoardo Rixi), che è in sostanza quella di inserire, nelle norme di attuazione del Piano regolatore portuale, non solo “delle infrastrutture sotterranee indispensabili per lo svolgimento delle operazioni portuali dedicate ai terminal che movimentano rinfuse liquide” ma anche “idonei principi e direttive da seguirsi per la predisposizione degli strumenti regolatori, regolamentari e negoziali, ai quali demandare il couso delle banchine da parte delle diverse tipologie di terminalisti”.
Un tema quest’ultimo, ricorda Rebolino, che è espressamente previsti nel contratto tra Silomar e Genoa Port Terminal, entrambi tra l’altro freschi di rinnovo della concessione. Insomma, bene i riempimenti e il potenziamento del porto, ma il tema delle interferenze non può essere gestito dai soli privati.
C’è poi un altro aspetto, quello dell’ampliamento delle aree: “Ad oggi - ragiona Rebolino - la previsione del Piano regolatore è quella di un’estensione delle aree verso il mare, per poter dare più superfici al porto. Questa impostazione però allontana dal mare tutte le aziende che in porto non hanno l’affaccio diretto sulla banchina. Ora, essendoci più spazi a disposizione per i concessionari a mare, si potrebbe pensare nel Piano di dare più respiro anche ad aziende come la nostra. Con poche aree in più, per esempio, potremo progettare il raddoppio del binario ferroviario, che ci permetterebbe di accogliere i treni - che generalmente sono da 20 vagoni - senza doverli tagliare in due, facendo sostare alternativamente uno dei due tronconi all’interno del Parco Fuorimuro, togliendo tracce e binari al servizio di manovra ferroviaria del porto”.
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