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Riforma dei porti, Sommariva: “Pericoloso commissariare le Authority con 3 miliardi e mezzo di investimenti già avviati”

Il presidente dell’Adsp di Spezia e Carrara: “Meglio pensarci nel 2027. I porti trasformati in società per azioni? E poi cosa facciamo, vendiamo il demanio?”

Francesco Ferrari
2 minuti di lettura

Mario Sommariva

 

La Spezia – L’ultimo in ordine di tempo è stato Zeno D’Agostino: il numero uno del porto di Trieste ha annunciato che concluderà a giugno il suo secondo mandato, senza aspettare la scadenza naturale dell’incarico. Ma prima di lui c’erano stati Pasqualino Monti (ancora formalmente alla guida dell’Authority di Palermo, ma chiamato dal governo a guidare l’Enav) e Paolo Signorini, che dalle austere stanze di Palazzo San Giorgio ha traslocato in quelle di Iren consegnando il timone di Genova e Savona al commissario Paolo Piacenza.

Dai porti italiani, chi può fuggire lo fa. E Mario Sommariva, che i porti probabilmente li conosce meglio di chiunque altro, non nega il problema: “E’ un fatto che non possiamo nascondere – dice –. Anche se non riguarda il sottoscritto: evidentemente non mi vuole nessuno”. Ma la battuta lascia presto spazio alla riflessione. “C’è un problema di incertezza che deriva, credo, dal troppo parlare di riforma senza riuscire a farla. E’ chiaro che se qualcuno continua a paventare un intervento legislativo senza garantire una data, ma soprattutto senza fornirne gli elementi progettuali né tantomeno i contenuti, chi ha un’opportunità lavorativa in scadenza di mandato accelera il percorso. Penso sia questo il caso di D’Agostino, e mi pare di capire che anche la vicenda di Signorini sia molto simile”, dice il presidente dei porti di La Spezia e Marina di Carrara. Ma alla fine, la riforma va fatta oppure no? “Ne ho parlato col viceministro Rixi. Avviare una stagione di commissariamenti nei porti, con 3 miliardi e mezzo di investimenti in essere e decine di contratti e affidamenti decisi, sarebbe un tragico errore. Facciamola nel 2027, la riforma, ma prima finiamo i lavori avviati senza entrare a gamba tesa sulle amministrazioni. Transitare contratti e finanziamenti di queste dimensioni è qualcosa di molto complesso, che dovrebbe suggerire una certa prudenza. Dopodiché, i problemi ci sono, e riguardano anche la governance delle Autorità portuali: per cui sì, la riforma serve. Non dimentichiamo che c’è una procedura di infrazione europea avviata sulla tassazione dei canoni, che Bruxelles assimila a reddito di impresa. Ci saranno conseguenze e andranno gestite. La Corte include nei redditi tassabili anche tasse portuali, una parte rilevantissima delle entrate delle Authority. In un contesto del genere, ci vuole certezza: fare un bilancio pluriennale, o una pianificazione delle opere, oggi è molto difficile perché le entrate correnti delle Authority producono la leva finanziaria per pagare i mutui necessari per fare investimenti che spesso sono di decine di milioni. Ecco: questa situazione di incertezza necessita di intervento legislativo”.

Mario Sommariva al convegno "Sotto il segno del porto"

 

Un intervento che, secondo Sommariva, non può contenere la trasformazione degli enti portuali in società per azioni. “Anzitutto già oggi nei bilanci ci sono parti assimilate a reddito commerciale, e quelle vengono tassate. Ma la mia contrarietà non deriva dal fatto che sono statalista o, come dice qualcuno, ‘veterocomunista’. Io faccio solo riflessioni concrete. La prima che mi viene in mente: le spa, per definizione, hanno cespiti. Significa che il demanio diventa un cespite e quindi perde lo status di bene inalienabile? Nessuno sa rispondermi. Da presidente mi troverei di fronte a dilemmi del genere: quanto vale il Molo Fornelli a bilancio? Quanto vale la banchina servizi di Marina di Carrara? Pensiamoci: dal paradossale si rischia di sconfinare in un attimo nel ridicolo”.

Neppure il concetto di ‘municipalità’ convince Sommariva. “Sento parlare di modello Amburgo, ed è davvero curioso. Perché una parte del governo, penso a Rixi, parla esplicitamente della necessità di accentrare i poteri sul modello spagnolo, mentre in un’altra stanza ci sono forze politiche analoghe che invocano l’autonomia differenziata e chiedono che, all’interno della revisione dell’articolo 117 della Costituzione, i porti marittimi e le infrastrutture diventino materia di esclusiva pertinenza delle Regioni. E poi, nel caso della municipalità, chi ci metterebbe i soldi? I Comuni oggi i soldi li chiedono ai porti, non succede mai il contrario. E hanno ragione, perché hanno difficoltà spaventose a chiudere i bilanci”. E se la soluzione fosse una società per azioni non scalabile? “Sarebbe un’altra anomalia”, conclude Sommariva. “E non credo che la portualità italiana possa permettersela”.

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