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Gettito Iva dei porti da trattenere, la politica si impegni

Gli investimenti sulla Liguria stanno per terminare, serve continuità nel tempo

Andrea Acquarone
2 minuti di lettura

Il bacino di Sampierdarena nel porto di Genova (foto d'archvio)

 

Genova – Mentre si assiste ai movimenti tattici dei due schieramenti, in vista delle prossime elezioni regionali, con la scelta dei candidati e la formazione delle liste, sullo sfondo aleggia un tema centrale per dare un prospettiva di recupero al nostro territorio, ossia quello del gettito fiscale dei porti liguri.

Secondo uno studio recentemente reso noto da Spediporto, i soli scali di Genova e Savona, riuniti in una sola Autorità di Sistema Portuale, generano circa 9 miliardi di gettito Iva, di cui – secondo le parole di Gianpaolo Botta, direttore generale dell’organizzazione degli spedizionieri – in loco restano solo “le briciole”. I porti sono infrastrutture che impattano sull’ambiente e sulla congestione del territorio su cui insistono; sono, in un certo senso, una servitù a beneficio del sistema paese. Per questa ragione le altre grandi aree portuali in Europa, da quelle tedesche alle spagnole, e persino le francesi, hanno ottenuto dallo Stato forme di compensazione sotto forma di trattenimento (o di trasferimento, che in fin dei conti è lo stesso) di parte delle entrate fiscali, da utilizzarsi per lo sviluppo degli scali e delle città.

È certo che Genova ha ricevuto negli ultimi anni somme ingenti da destinare a interventi e infrastrutture, come tutti sanno e vedono. Si avvicina però il momento in cui queste somme finiranno, lasciando una realtà non ancora in condizione di giocare ad armi pari la sfida della contemporaneità. Del resto, Genova e la Liguria hanno storicamente rappresentato per lo Stato italiano una zona produttiva di ricchezza, come certifica amaramente la recente pubblicazione del professor Conti “La Liguria è (ancora) una regione del Nord?”.

Le ragioni del declino sono ampiamente analizzate in quel libro interessante, ma è certo che per invertire il trend, e riportare il territorio in condizioni di prosperità come è stato fino a non molti anni fa, contribuendo così alla prosperità e ai conti dello Stato, sono necessari altri investimenti oltre a quelli attualmente previsti, e soprattutto, protratti nel tempo. Per questa ragione, il discorso sollevato ultimamente da Botta, figlio di un dibattito trentennale che finora non ha dato frutti, è quanto mai attuale: non è solo l’entità delle somme a essere rilevante, ma la continuità dei trasferimenti, che andrebbero così a cambiare strutturalmente i bilanci degli enti e amplierebbero gli orizzonti della programmazione e degli interventi possibili.

Ipotizzare un accordo per cui il 10% delle entrate fiscali dei porti liguri restasse a disposizione del territorio (comuni interessati, Regione e AdSP) visto come investimento da parte dello Stato e come estrema opportunità da parte delle amministrazioni, diventa dunque un passaggio quasi obbligato nei pensieri sul recupero della Liguria. Perché resti, o torni ad essere, una “regione del Nord”. In questo senso, sarebbe il caso che, al di là dei movimenti tattici di cui si diceva, gli schieramenti che si apprestano a contendersi la Regione prendessero posizione su questo tema, facendolo proprio o eventualmente spiegando perché non sarebbe una strada da perseguire. La sensazione è però che il dibattito, forse complice la stagione agostana, si svolga su un livello di astrazione tale per cui discorsi concreti faticano a trovare spazio.

Vero è che quando i cittadini vedono le code e i mezzi pesanti che intasano le stanchissime infrastrutture liguri, i fumi neri che salgono dalle banchine, il litorale asservito all’industria portuale, il pensiero che sia un sacrificio a fronte di nulla non tarda ad affacciarsi. L’agitazione che dovrebbe conseguirne viene inibita solo dalla depressione, che porta a credere che non si può cambiare nulla. Ma la Liguria, per riprendersi, non può puntare sulla rassegnazione della cittadinanza; ha bisogno di rispecchiarsi in un progetto tangibile di recupero che non abbia una scadenza. Servono altri investimenti, protratti nel tempo, una programmazione, una visione. Quando si uscirà dalla fase tattica, il perimetro, gli schieramenti, i candidati, sarebbe il caso di affrontare il tema.

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