Savona, due esplosioni sulla petroliera “Seajewel”. Ipotesi attentato: indagine top secret, allertato il ministero
Giallo sulle esplosioni avvenute sulla nave “Seajewel” ancorata tra Savona e Vado. L’allarme dal comandante, trovata una falla di un metro e mezzo. In porto scatta il piano di sicurezza
Matteo Indice, Silvia Campese
Gli investigatori a terra e al largo la nave Seajewel
Savona – Due esplosioni su una petroliera, la Seajewel battente bandiera maltese, partita da Algeri e ancorata a poche centinaia di metri dalla costa di Savona-Vado. Una falla nello scafo, larga un metro e mezzo circa con i segni del danno causato da un «agente esterno», secondo gli investigatori senza ombra di dubbio «una o due bombe». E ora a indagare è in prima battuta la Procura di Savona, già in contatto con quella di Genova: «Nessuna pista può essere esclusa», confermano i magistrati, compresa quella di un attentato in qualche modo legato al conflitto tra Russia e Ucraina.
Media di Kiev (soprattutto “Ukrainska Pravda”) indicano infatti come la petroliera colpita abbia di recente compiuto itinerari simili a quelli percorsi da navi già messe nel mirino dell’Ufficio antifrode europeo, poiché sospettate di violare l’embargo a Mosca sull’esportazione del greggio. E allora: che cosa è successo, al largo di Savona? Che tipo di avvertimento rappresentano quegli ordigni? A chi era rivolto, il monito? Cosa c’entra l’Italia, in quello che a tarda sera una qualificata fonte investigativa descriveva come «possibile atto ostile», ipotizzando un meccanismo temporizzato forse attivato proprio dall’Algeria?
La sequenza e l’allarme
Per provare a orientarsi nel mistero, che oltre a quella della magistratura ha già catalizzato l’attenzione dell’intelligence italiana e non solo, è necessario fissare alcuni paletti e tornare alla notte fra venerdì e sabato scorsi, quando si è verificata la doppia deflagrazione.
Tutto è accaduto intorno a mezzanotte. Una prima esplosione ha terrorizzato l’equipaggio a bordo, una quindicina di persone. Un paio di minuti dopo c’è stato un secondo boato, stavolta proveniente all’apparenza dal mare e senza che abbia provocato ulteriori danni.
Ad allarmare subito le forze dell’ordine sono stati i rilievi dei sommozzatori, condotti nelle ore successive su incarico della compagnia armatrice. Sono stati loro i primi a certificare che l’esplosione era stata cagionata con ogni probabilità da un agente esterno: lo dimostra la deformazione delle lamiere, ripiegate internamente, e la circostante moria di pesci.
La petroliera e la motovedetta al lavoro
La versione della Capitaneria
La Capitaneria, che ha condotto alcuni controlli, ieri pomeriggio ha provato a frenare con un comunicato ufficiale. La Guardia costiera ha scritto che «il danneggiamento potrebbe essere conseguenza dell’operazione di scarico e, al momento, non ci sono conferme sull’esplosione né sull’ipotesi di un attentato». Il problema è che quando sono avvenute le deflagrazioni non era in corso alcuna operazione di scarico e le persone a bordo stavano in prevalenza dormendo. Senza dimenticare i dettagli dello squarcio, che abbiamo richiamato poc’anzi.
Il rischio ambientale
La petroliera, 245 metri di lunghezza, aveva calato l’ancora davanti alla costa di Savona-Vado la mattina di venerdì scorso, 14 febbraio. Proveniente da Arzew, in Algeria, avrebbe dovuto scaricare il combustibile destinato alla raffineria di Quiliano, la Sarpom del gruppo Ip (Italiana Petroli). Da lì quello stesso combustibile sarebbe stato poi destinato alla raffineria Ip di Trecate, in provincia di Novara, la più importante del nord Italia.
La Seajewel doveva ripartire la mattina dopo, sabato 15 febbraio, per raggiungere il Pireo, in Grecia. Ma nella notte si sono verificate le due esplosioni e ovviamente l’imbarcazione dovrà essere sottoposta a una rigorosa riparazione, contestualmente a una serie di perizie (a breve si cercherà di capire per esempio se sono rimaste tracce più circoscritte delle bombe sulla vernice dello scafo).
Non va inoltre dimenticato che quello corso nel Savonese è stato un rischio ambientale altissimo, scampato per miracolo. La nave era carica di carburante, ma la camera di sicurezza ha retto evitando il peggio. Altrimenti lo sversamento di milioni di litri sarebbe stato rovinoso, in primis nell’area marina protetta di Bergeggi. È, quest’ultima, la stessa zona in cui la Regione, prima dell’avvento della giunta Bucci, aveva intenzione di posizionare il nuovo rigassificatore Snam, attualmente a Piombino.
La polizia a riva prima di raggiungere la petroliera
I prossimi passi dell’indagine
Quali saranno, le prossime tape dell’indagine? I dubbi su quanto accaduto sono ancora numerosi e il riserbo degli inquirenti resta elevato. È tuttavia evidente come con il trascorrere delle ore l’opzione dell’incidente tecnico abbia perso consistenza fino ad azzerarsi, e lo certificano ai più alti livelli le Procure di Savona e di Genova. Va focalizzato infine un elemento procedurale, all’apparenza di forma e però in realtà di grande sostanza. Il lavoro sul campo è al momento condotto dai pubblici ministeri savonesi: norme alla mano, Genova avrebbe titolo ad aprire un proprio fronte giudiziario solo se fossero contestate - ancorché a carico d’ignoti - aggravanti di mafia. O, a maggior ragione in un frangente del genere, di terrorismo. E il fatto che da subito ci sia stato un contatto con il capoluogo ligure, fa capire a quale livello potrebbe rapidamente approdare l’inchiesta.
I commenti dei lettori