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Verso il Polo, inseguendo Shackleton

Genova - Giusto un secolo fa erano giornate di frenetico lavoro per Ernest Shackleton (Kilkea, Irlanda, 1874-Grytviken, South Georgia 1922). In lontananza, sordi rintocchi di guerra.

Giorgio Bertone
3 minuti di lettura
panorama 

Genova - Giusto un secolo fa erano giornate di frenetico lavoro per Ernest Shackleton (Kilkea, Irlanda, 1874-Grytviken, South Georgia 1922). In lontananza, sordi rintocchi di guerra. Stava preparando la sua spedizione, dal roboante nome di “Imperial Trans-Antarctic Expedition”, un po’ per narcisismo, un po’ per incantare sponsor e autorità. Insomma: attraversare tutto il continente passando per il Polo Sud, già conquistato dal norvegese Amundsen (1911), a spese del povero Scott e a dispetto dell’Union Jack.

Shackleton sarebbe poi partito nell’ agosto 1914, ricevendo la bandiera da Re Giorgio V proprio nel giorno della dichiarazione di guerra alla Germania. Da buon suddito, offrì all’Ammiragliato l’immediata disponibilità a invertire la rotta e a partecipare allo sforzo bellico della patria. La risposta scritta fu “Proceed” (“Procedete”), firmato “Il Primo Lord dell’Ammiragliato. Winston Churchill”. Quella volpe di Churchill aveva intuito che l’impresa sarebbe stata seguita dall’opinione pubblica inglese come una dimostrazione dello spirito britannico. Non avrebbe mai immaginato una simile fine. Arrivato con l’ Endurance in South Georgia, Shackleton ripartì dalla stazione baleniera norvegese di Grytviken, allora in piena attività, ora un fotogenico agglomerato di edifici e cisterne per l’olio, tutti rugginosi, circondati da pinguini e elefanti marini. Destinazione: il Mare di Weddell. E fine dell’impresa. Prima ancora di iniziare. Un’infelice combinazione di clima e di venti stritolò la nave nella morsa dei bachi di ghiaccio e la mandò a fondo sotto gli occhi dell’intero equipaggio (21 novembre 1915) . Di lì cominciò l’altra avventura. Quella che diventerà famosa come la più grande anabasi della storia degli umani. Una delle grandi leggende del Novecento che giunge a noi attraverso una mezza dozzina di film, centinaia di libri, siti internet, documentari più o meno attendibili; e persino l’ultimo capitolo di “The Waste Land” di Eliot. Shackleton sarebbe ricomparso in South Georgia il 10 maggio del 1916, dopo 552 giorni, con soli due uomini, Crean e Worsley, dopo aver attraversato a piedi ghiacci e nevi dell’isola, mai calcati dall’uomo. Quando si presentò al direttore della stazione baleniera di Stromness, questi non lo riconobbe, se non, dopo un po’, dalla voce. Si girò per nascondere il viso e pianse. Shackleton gli chiese: “Quando è finita la guerra?”. Lui rispose: “Non è finita. In Europa si stanno ammazzando a milioni. Il mondo è impazzito”.

Il mondo da un bel po’ aveva smesso di sperare in una ricomparsa del Comandante. E invece. Abbandonata la nave, uccisi -per ordine di colui che tutti chiamavano “Boss”- i 56 cani da slitta e la gatta del carpentiere McNeish, tutto l’equipaggio di 27 uomini, compreso Blackboro, il clandestino che si era nascosto in un armadio dell’ Endurance a Buenos Aires, si lasciarono trasportare su pezzi di ghiaccio della banchisa grandi come campi di calcio, con tre scialuppe di salvataggio, verso Nord fino all’Isola di Elephant, nella Penisola Antartica. Ancora tutti vivi e in grado di procacciarsi cibo cacciando pinguini e otarie, anche per combattere con fegato fresco lo scorbuto. Ma senza alcuna possibilità di essere avvistati da balenieri o altre navi. The Boss decise di tentare. L’unica terra che offriva almeno una probabilità, per quanto infinitesima, di essere raggiunta era, di nuovo, la South Georgia. McNeish fornì la più grande delle tre scialuppe, la “James Caird”, di un ponte con teli incatramati con un misto di grasso di foca e di fuliggine. Una “replica” della barca si può accarezzare a Grytviken: un capolavoro di carpenteria, da ammirare con le punte delle dita per misurare i 6 metri e 80 centimetri di quell’ “open boat” che attraversò l’Oceano Antartico. Salparono in sei. E riuscirono, a sestante e a naso, a centrare l’isola sperduta. Che è un po’ meno estesa della Liguria, frastagliata da fiordi e circondata da un’infinità di isolotti insidiosi anche per il marinaio di oggi. Dentro un paesaggio selvaggio e orrorifico: “La terra più orribile del mondo nel mare più orribile del mondo”, secondo James Cook, che la scoperse, nel 1775. I sei sulla scialuppa finirono nella desertica costa occidentale. Le stazioni baleniere stavano sottovento, a Est. McNeish cavò 48 viti dalla falchetta della scialuppa e, a otto a otto, le infilò negli stivali marinari dei tre prescelti, perché potessero tenere sul ghiaccio. Gli improvvisati alpinisti, con poca attrezzatura senza mappe né alcuna esperienza, percorsero l’orografia di una regione che può essere immaginata come il Massiccio del Monte Bianco con un mare tempestoso al livello dei 2000 metri. Una volta arrivati tra i norvegesi, cominciò l’ultima fatica, recuperarli tutti, ma proprio tutti. Mesi e mesi di tentativi, poi l’ultimo successo: tutti a casa. E il trionfo di Ernest, da allora “Sir”. C’è da dire che Shackleton nella fase alpinistica fu molto fortunato. Lo testimonia anche Reinhold Messner, che nel 2000 ripetè l’impresa, con varie vicissitudini, insieme con Stephen Venables, addirittura in nave, supersponsorizzati per fare un film. Rifare quel percorso può apparire strano. Non è una vetta, non è una cresta. Alpinisticamente è un nonsense. È una forma di pellegrinaggio. Almeno a leggere qualcuno dei 200 libri che fasciano la parte interna della poppa del Pelagic Australis, la barca a vela di 20 metri in alluminio grezzo, che ci riporta dalla South Georgia alle Falkland, da cui era partita: mille miglia, una più una meno: all’andata tutto di poppa, al ritorno tutto di bolina, con un carico di attrezzi, tende, sci, Gps, iridium, slitte, pessimo cibo anglosassone, mappe e libri.

Lo “Shackleton Traverse” è un palinsesto. Ognuno vi trascrive, in caratteri minimi, la propria storia. Tante storie, racchiuse nella biblioteca o nel piccolo cimitero di Grytviken. Inclusa quella dell’unico militare argentino, deceduto quando era già prigioniero degli inglesi, durante il misterioso episodio sudgeorgiano della guerra delle Falkland-Malvinas (1982). Felix Artuso era il suo nome. Ho visitato la sua tomba. Sta a cinque metri da quella di Shackleton con l’alta, solenne, troppo celebre stele, incisa con una specie di rosa dei venti a nove punte che in realtà era lo stemma di famiglia, e due versi del suo poeta prediletto, Robert Browning: “I hold that a man should strive to the uttermost for his life’s set prize”. (Intraducibile. Qualcosa come: “Ritengo che un uomo dovrebbe sforzarsi nel più profondo per guadagnare il premio di una vita completa”).

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