Il caso
Tirrenia, la venditarischia di saltare
Genova. Tirrenia, l’ultima società sopravvissuta della flotta pubblica, è pronta a passare dalla mano dello Stato a quella dei privati. Tecnicamente, la sua storia, iniziata nel 1936, è finita ieri mattina alle dieci, quando è scaduta l’ultima proroga per la presentazione delle offerte concessa dal commissario straordinario dell’azienda, Giancarlo D’Andrea. La gara è terminata, e sul piatto c’è l’offerta di Cin, la Compagnia italiana di navigazione, costituita dai tre big dell’armamento privato italiano: la Moby Lines di Vincenzo Onorato, la Marinvest di Gianluigi Aponte (compagnie Snav e Gnv) e il gruppo Grimaldi di Napoli, che ieri hanno presentato la documentazione migliorativa dell’offerta. Manca solo l’ok del ministero dello Sviluppo economico, per l’assegnazione. Tutto bene? Mica tanto. Perché in casa Cin l’umore è pessimo. Tanto che i vertici delle tre compagnie starebbero valutando di tirarsi fuori dai giochi. Abbandonare la gara. L’amministratore delegato di Cin, Ettore Morace, ha confidato che sì, queste sono ore molto delicate. Perché la condizione del mercato è cambiata. I privati sono irritati dall’ultima iniziativa della Regione Sardegna: armare due navi sotto le insegne della compagnia regionale Saremar, e farle viaggiare per tre mesi, tutta l’estate, sulla rotta Civitavecchia-Golfo Aranci e sulla Porto Torres-Vado Ligure a un prezzo medio, in altra stagione, «di 500 euro per nucleo famigliare. La metà di una tariffa di mercato» dicono dall’ente sardo.
Per la verità, questo è solo l’ultimo siluro del governatore Ugo Cappellacci. Prima ci sono stati i ricorsi all’Antitrust, e ancora lo scorso 5 maggio il Consiglio regionale ha deliberato il ricorso contro la gara per Tirrenia, una volta che questa fosse aggiudicata, «perché la legge - spiegano sempre dall’ente - ci garantisce un diritto di prelazione». Insomma, dice Morace, le condizioni sono cambiate. Onorato, numero uno di Moby Lines, spiega che «al momento tutte le ipotesi sono aperte». Ma aggiunge: «Se ci ritirassimo dalla gara e Tirrenia fallisse, noi ci troveremmo su un piatto d’argento il mercato della Tirrenia e le sue rotte senza un esborso di 380 milioni di euro, ma con 2.400 famiglie nel napoletano senza sostentamento. Ci siamo impegnati a salvare contratti, occupazione e collegamenti». E sul caro traghetto aggiunge: «Siamo solamente vassalli del prezzo del carburante: una grande nave della Moby consuma, in un’ora di navigazione, 8.500 litri di carburante, pari a 4.000/4.500 euro, più dello stipendio mensile di un ufficiale di bordo . Siamo solidali con le problematiche della Regione ma siamo succubi del vero cartello determinato dalle compagnie petrolifere».
Pare che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, allarmato dalla situazione incandescente delle ultime ore, abbia fatto pressioni su Cappellacci per abbandonare il suo progetto di flotta regionale. Ma il governatore tira dritto: la prima unità partirà da Civitavecchia il 15 giugno. Non c’è solo il pressing della Sardegna, a pesare sulle imminenti decisioni di Cin. C’è anche l’istruttoria dell’Antitrust, aperta dopo le segnalazioni di un possibile “cartello” sui prezzi, che coinvolge due società (Marinvest e Moby) della cordata. Poi l’Unione europea, che si pronuncerà solo a gara completata in relazione ai finanziamenti pubblici compresi nel “pacchetto” di Tirrenia. Infine, la prospettiva di accollarsi un’azienda con debito di almeno 220 milioni di euro. L’offerta di Cin è stata presentata lo scorso mese, per un valore di 380 milioni - di cui 200 milioni da pagare alla firma dell’accordo e i rimanenti 180 da versare in tre tranche da 60 milioni, anche sulla base della garanzia di poter ottenere i contributi pubblici previsti per chi rileva Tirrenia, cioè 72 milioni l’anno per otto anni.
Alberto Quarati
quarati@ilsecoloxix.it
I commenti dei lettori