In evidenza
Blue Economy
Shipping
Transport
Blog

COSTA CROCIERE

MIAMI SI DEFILA, A RISCHIOANCHE LA BANDIERA

2 minuti di lettura

Genova - Oggi è il giorno della vergogna per Costa Crociere. Dello sberleffo. Dello slogan diventato irridente, sali a bordo di nave Allegra e «farai tesoro di questa esperienza per tutta la vita».

Al quinto piano del palazzo che ospita la sede della società, cristalli e vetri fumé, l’unità di crisi ha le stesse facce del naufragio Concordia, con il top manager Roberto Ferrarini che si sente come quando gli hanno rubato il boma al circolo velico di Cogoleto, in un bel giorno di vento teso, e lui che voleva uscire in mare è rimasto sulla spiaggia desolato e impotente.

Oggi è il giorno della paura per Costa Crociere, con il numero due della casa-madre della Carnival, Howard Frank, che chiama il presidente e amministratore delegato Pier Luigi Foschi: cosa state combinando in Italia, ragazzi? Naturalmente il contenuto della telefonata è top secret, Foschi non risponde alle telefonate del Secolo XIX e mister Frank, attraverso la sua portavoce Aly Bello, fa sapere da Miami che al momento non ha niente da dire. Parlerà al Seatrade, il meeting internazionale che fa il punto sul mercato delle crociere in programma a metà marzo. L’appuntamento è ancora a Miami e forse quel giorno si discuterà di marchio Costa, come rilanciarlo? E se fosse meglio alienarlo?

Sarebbe un disastro. Un’eventuale Carnival Italia non batterebbe più bandiera tricolore, con ricadute pesantissime sugli organici e sugli stipendi. E le conseguenze fiscali e d’immagine per il sistema Paese, e in primis la Liguria? Cristoforo Canavese, presidente del porto di Savona che è il capolinea della Costa, ieri ha parlato a lungo con i vertici della compagnia. Ufficialmente può dire che «il mercato delle crociere tiene e il nostro prodotto resta appetibile», ma sempre di terminal dedicato si tratta. Con un rapporto privilegiato con Fincantieri.

«Questione di giorni: siamo in piena wave season», fanno sapere dalla casamadre, la «stagione dell’onda» che aiuta a capire come sarà il mercato del 2012. Due, tre settimane. Prima Seatrade e poi gli azionisti Carnival, che dovranno discutere il bilancio 2011, decideranno il futuro di uno dei fiori all’occhiello dell’economia italiana e ligure. Spiega un anonimo operatore d’oltreoceano che Carnival ha perduto il 18 per cento in Borsa, dopo il disastro Concordia, e molto rischia di perdere nei prossimi giorni. Ieri i segnali erano tutti negativi.

Non aiuta la pessima gestione della comunicazione, con i vertici che latitano e qualche impiegato che ha cominciato a insultare e minacciare i giornalisti via Facebook: «Se perdo il lavoro so dove trovarvi», ha scritto un esagitato, come se al timone della Concordia o nella sala macchine dell’Allegra ci fossero gli inviati dei media. Anche l’autorevole Trade Winds, vangelo on line dello shipping, punta il dito contro l’incapacità di difendere il marchio sul terreno più difficile, quello - ovviamente - dell’immagine.

Tant’è. Silente Pier Luigi Foschi (nella foto) , silente il direttore generale Gianni Onorato e silente Ferrarini, silenziati tutti i dipendenti con precise disposizioni aziendali e affidato all’ufficio stampa il compito di depistare i giornalisti, restano poche informazioni certe. La più importante: l’Allegra è una nave molto anziana, la più vecchia dell’intera flotta Costa. Rientrando dai mari del sud sarebbe stata destinata al Nord Europa e poi, probabilmente, dirottata in un cantiere di demolizione. La manutenzione dell’impianto elettrico e della sala macchine è stata all’altezza oppure no? I vertici della compagnia oppongono alla domanda il solito, ostinato silenzio. E le voci corrono.

Pare dunque che tra Miami e Genova siano intercorse telefonate furibonde, nelle ultime ore, e che la Carnival stia facendo l’impossibile per separare il proprio destino da quello della società controllata. Spiegano in Florida che lo stato maggiore del colosso crocieristico sta seguendo con il fiato sospeso l’ennesima catastrofe, perché un eventuale tragico epilogo avrebbe ripercussioni a catena. E Seatrade, anche per questo, minaccia di trasformarsi in un processo pubblico all’Italian Style. Se le vacanze per mare sono uno dei pochi settori in espansione, e un marchio rischia di rovinare tutto, si sacrifica il marchio. Elementare: i vertici della compagnia potranno consolarsi con stipendi e liquidazioni milionarie, stock option e brillanti operazioni di borsa, ma migliaia di persone rischiano di perdere il posto di lavoro.

A questo punto è importante sapere se si è trattato solo di sfortuna.

PAOLO CRECCHI
© riproduzione riservata

I commenti dei lettori