Costa Concordia
Schettino: «Non è stata colpa mia»
Grosseto - Il suo volto, abbronzato e sereno, compare in tv, a ora di pranzo. Agli italiani che lo ascoltano, il comandante della nave Concordia, Francesco Schettino, dice che il dolore «non va esibito, è qualcosa che ci portiamo dentro». È vicino - assicura - alle vittime e ai loro familiari. Ma lui che è indagato per la morte di 32 persone, non ci sta a continuare a essere al centro delle accuse. E così si difende, senza mai cedere a un attimo di emozione. E a sua volta accusa, anche. L’inchino? Non c’è stato. «Mi sono autoincolpato perché ho seguito le indicazioni che ho avuto», dice. E poi: «Se il timoniere avesse capito bene, la nave sarebbe passata senza che succedesse nulla». E poi, ancora. Lui che ha fatto il giro del mondo come il comandante codardo, che è scappato prima di tutti, racconta un’altra storia: «Sono stato l’ultimo a uscire dal lato sommerso della nave». Dal banco della difesa passa, dunque, a quello dell’accusa, Schettino. Inizia dal tanto criticato `inchino´. E mette le cose in chiaro: «Quello non era un inchino, era un passaggio vicino all’isola, pianificato con la Costa – dice nel corso dell’Arena di Domenica In su RaiUno - La scelta sulla pratica dell’inchino è lasciata al comandante e io non ho mai chiesto l’autorizzazione per fare inchini».
Anche il 14 agosto, racconta, «c’era stato un inchino: si fa quando si può, quando ci sono le condizioni o quando la navigazione diventa noiosa». «Io avevo indicato una rotta che passava a circa mezzo miglio dalla costa del Giglio, circa 600 metri - aggiunge - .In realtà non eravamo alla distanza minima ma la nave stava puntando verso gli scogli». È, quindi, la volta delle accuse. A un certo punto, racconta il Schettino, dal finestrone della plancia di comando si rese conto che «c’era la montagna di fronte, andavamo dritti verso la montagna». «Chi è preposto al radar doveva dire che c’era la terra di fronte. Mi è stato detto che se passavamo dritti andavamo bene - puntualizza - .Così mi sono auto incolpato perché ho seguito le indicazioni che ho avuto». Ed ancora: «Nel mio interrogatorio ho detto che se non viravamo, non prendevamo nulla. Se il timoniere avesse capito bene, la nave sarebbe passata senza che succedesse nulla». Quella lunga notte, tante cose, secondo la Procura, Schettino sbagliò. Perché disse che c’era un blackout, ridimensionando la gravità della situazione? «Perché c’era da gestire il panico», risponde sereno Schettino. C’è, poi, l’accusa più pesante per un comandante: quella di aver abbandonato la nave. Di essere scappato mentre, su quella nave, stavano morendo 32 persone. L’accusa, «l’avrei capita se la Concordia fosse affondata dritta, ma la nave si è ribaltata», risponde Schettino che, soprattutto, puntualizza: «Io sono stato l’ultimo ad uscire dalla nave dal lato sommerso».
E così il comandante non cede, neanche un anno dopo. Del resto in paese, un anno dopo la tragedia, ripetono quello che dissero subito dopo il naufragio: «È bravo, bravissimo, la colpa non è solo sua». Perfino il parroco di Meta di Sorrento, don Gennaro Astarita, lo dice: «È provato, certo, ma forte e combattivo». Qualche giorno fa - racconta un gruppo di turisti di Cremona - Schettino era in riva al mare, a bere un caffè, «era sereno, sì molto sereno». La sua intervista tv, nei bar di Meta, i suoi concittadini l’hanno seguita. E qualcuno ha pure sbottato: «Almeno oggi poteva risparmiarsela». C’è chi è andato a trovarlo, «è addolorato, siamo tutti addolorati». E chi, questa brutta storia, l’ha sintetizzata così: «Solo lui e Dio sanno la verità. Verità che forse noi non sapremo davvero mai».
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