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Genova - «E alla stampa, cosa dico alla stampa?». La strage s’è ormai compiuta e Francesco Schettino, in quel momento comandante della Costa Concordia, alle 23.16 del 13 gennaio 2012 è al telefono con l’allora responsabile delle marine operations Roberto Ferrarini (foto) , insediato alla sua postazione di Genova. L’intercettazione, per molti mesi ritenuta soprattutto «simbolica» dell’atteggiamento che i massimi “operativi” di Costa tennero la notte del naufragio al Giglio, e del desiderio prioritario di salvare la faccia, è invece finita a corroborare un filone parallelo d’inchiesta che ieri ha avuto un primo, e non del tutto atteso, epilogo. Perché la società, in quanto tale, è stata iscritta sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo plurimo, disastro ambientale e, appunto, naufragio.

Costa, sostiene la Procura di Grosseto, ha «anteposto» le proprie necessità, in primis la tutela dell’immagine, all’incolumità dei propri passeggeri. O meglio: lo hanno fatto Schettino e Ferrarini, ritardando l’evacuazione della nave anche quando l’emergenza era manifesta; ma siccome erano due figure «apicali», rischia di pagar dazio pure l’azienda. La quale, ovviamente, non può essere condannata ad anni di reclusione, per quanto coinvolta in un procedimento penale. La “punizione”, prevede la legge, si concretizzerà eventualmente in una sanzione amministrativa, quantificata in «quote». Potrebbe essere milionaria, ma è comunque presto per addentrarsi in dettagli.

A Costa sono quindi «trasferite» alcune responsabilità dei suoi due principali indagati: non aver fatto osservare le procedure previste in caso d’incidente; il ritardo nell’allarme generale e soprattutto l’aver sminuito l’entità del danno prodotto dall’urto contro gli scogli, comunicando alle autorità marittime d’essere alle prese con un black-out anziché con uno squarcio mostruoso allo scafo. Non solo. La contestazione societaria (sulla base d’una legge introdotta nel 2001) chiama in causa implicitamente le falle del «modello organizzativo», agli occhi dei pm non sufficiente a prevenire una catena così perversa.

Per capire quale sia l’opinione degli inquirenti a proposito dell’operato di Schettino (licenziato, con il quale è in corso una controversa vertenza di lavoro) e Ferrarini (ancora dirigente), di cui oggi viene chiamata a rispondere Costa, si può per esempio focalizzare la superperizia consegnata nei mesi scorsi al gip Valeria Montesarchio. Secondo gli esperti «quando Schettino, alle ore 22.27.05 (tre quarti d’ora circa dopo la collisione) informa [Ferrarini] sulla presenza di tre compartimenti allagati, questi avrebbe dovuto suggerire prontamente al comandante che in questa condizione la stabilità della nave era ormai compromessa, procedendo alla diramazione dell’emergenza generale e al successivo abbandono...Invece da quel momento trascorrono 6 minuti prima che Schettino acconsenta all’emergenza generale e circa 27 all’annuncio di abbandono...Se appropriati suggerimenti fossero pervenuti a Schettino da Ferrarini, i tempi per attivare le procedure di emergenza sarebbero stati più celeri».

Costa (sul piano tecnico le è stato notificato un «avviso di conclusione delle indagini preliminari») ha adesso venti giorni di tempo per presentare una memoria, dopodiché i pubblici ministeri chiederanno di processarla. Nel frattempo si dichiara «fiduciosa di poter dimostrare la piena conformità del proprio operato alle leggi in vigore, e rinnova la totale fiducia nella magistratura. Secondo l’associazione di consumatori Codacons, la svolta di ieri «spiana la strada ai risarcimenti in favore di quei soggetti che hanno intentato una class action».

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