IL PERSONAGGIO
aRISON, MILIONARIOSTREGATO DAL BASKET
Genova - UNA foto diffusa su Instagram, come un liceale all’ultimo giorno di scuola. Sorriso dei momenti migliori, camicia rigorosamente senza cravatta, giacca con spilla dell’Nba in primo piano. E una dedica all’amico, lui sì in cravatta, al quale sta stringendo la mano: «Felice di dare il benvenuto ad Arnold Donald». Nel modo in cui ha annunciato la fine di un’epopea iniziata trentaquattro anni fa in quella meravigliosa fabbrica di sogni, sole e divertimento che è Miami Beach, c’è tutta la personalità di Micky Arison. E tutta la sua forza.
Ricco come pochi, potente come pochissimi. Ma prima di tutto americano, con tutto ciò che comporta questa accezione. Follemente innamorato del mare, tanto da scegliere di trascorrere gran parte della vita sul suo yacht da 60 metri. Proprietario di una fortuna incalcolabile, eppure terribilmente attratto dalle cose che fanno impazzire l’ordinary people che affolla i centri commerciali del New Jersey e gli alberghi-casinò di Atlantic City o Las Vegas. Le “sue” navi - che poi sono le vere artefici di un successo che nessuno è mai riuscito a eguagliare nella storia dell’industria crocieristica - rispecchiano proprio quel modo di vivere: sali a bordo e sai che per qualche giorno non avrai altro dio al di fuori del relax. Pacchiane, volgari, eccessive (troppo rosso, troppo verde, troppo marrone): critiche che avrebbero sfiancato chiunque, ma non Joseph Farcus, l’estroso architetto che Arison ha fatto diventare una star mondiale. Lui ha smesso di offendersi da anni. La verità, ha sempre sostenuto, sta nei numeri, e i numeri gli hanno dato ragione: quelle navi piacciono, e fino a due anni fa riempirle di clienti – americani, europei, asiatici – era una gioco da ragazzi.
Un gioco come il basket, l’altra grande passione di Arison. O forse la vera passione di Arison. Perché dopo avere trasformato l’azienda creata dal padre, il leggendario Ted, in una multinazionale con oltre 100 navi e un giro d’affari superiore ai 15 miliardi di dollari, a Micky non restava che inseguire il più americano degli american dream: vincere il campionato Nba. C’è riuscito tre volte, con i suoi Miami Heat. La prima nel 2006, l’ultima venerdì scorso contro i San Antonio Spurs. All’arena di Miami, non lontano dalla sede Carnival, Arison era in prima fila, sudato e felice come un bambino. E in prima fila aveva seguito le altre sei partite della finalissima. Anche a costo di sfiorare l’incidente diplomatico con Londra: neppure la presenza della duchessa di Cambridge, Kate Middleton, madrina del battesimo della nave Princess Cruise a Southampton, lo aveva distratto dai suoi impegni sportivi. Questione di priorità. Che, assieme alla fedeltà, resta la grande ossessione di Arison. Fedeltà ai manager (anche nei momenti più duri: fu lui a difendere pubblicamente Pier Luigi Foschi, poche ore dopo la tragedia della Concordia all’isola Giglio), ai fornitori, a Fincantieri, l’azienda dove Arison è praticamente uno di casa.
Forse è stata questa sfibrante ricerca della perfezione, anche dei rapporti fra soci e azionisti, che lo ha convinto a fare il “passo indietro”, come scrivevano ieri sera i giornali online americani. Quando ha sentito venire meno la fiducia intorno a sé, Arison non ha sbattuto sul tavolo il suo biglietto da visita da primo azionista Carnival, ma le sue dimissioni da amministratore delegato. Questione di stile? Anche. Ma dietro quel gesto c’è di più. C’è il genio di un manager che, a differenza di tanti, ha capito quando e come fermarsi. Per non danneggiare l’azienda, o se stesso.
Eppure Arison, potete scommetterci, continuerà a vivere per Carnival, dentro Carnival, a ordinare navi, a tirare giù i prezzi dei prossimi ordini, a litigare con “gli italiani” di Fincantieri per poi andare a cena con loro la sera dopo sulla Ocean Drive. Continuerà a tifare Heat da bordo campo, a mangiare hot dog tra un tempo e l’altro, a farsi fotografare abbracciato a LeBron James, a spendere milioni per fare divertire la sua Miami. Perché comprare navi darà anche emozioni, ma la soddisfazione di vincere una finale Nba non ha prezzo. Neppure per chi ha scritto la storia delle crociere fino a diventarne il re assoluto.
FRANCESCO FERRARI
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