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Shipping & Porti, ultima chance: investire sull’uomo

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Riconosco che avete ragione, quando scrivete che la nostra politica non attira né giovani né anziani perché non ha sogni da offrire. E allora ci inseriamo in questa perpetua subordinazione alla mediocrità, proponendo a istituzioni e amministratori un investimento concreto e immediato, a costi relativamente contenuti e di grande impatto: quello sull’uomo. Ricchi e poveri, profitto e lavoro, sfruttatori e sfruttati: due termini, il conflitto. Occuparsi dei bisogni essenziali della vita e della gente, depone a favore degli armatori italiani che pubblicamente riconducono l’uomo al centro del business marittimo-portuale e del ciclo produttivo, spazzando via le resistenze passive di chi continua a pensare che gli investimenti sulla sicurezza, la prevenzione, la qualità dell’ambiente e della vita stessa siano una gabella non necessaria. E che l’abbattimento dei costi resti la strada da privilegiare. E’ vero semmai il contrario: in una stagione di crisi devastante come quella che ci sta incupendo, investire sulle risorse umane e la loro tutela (security, prevenzione, formazione, innovazione, ricerca) è la miglior risposta possibile alle inadeguatezze della politica d’ordinanza e ai suoi flop, ma anche alla necessità di non farsi distanziare troppo dalle eccellenze del mercato globale. Un vero affare in prospettiva, dunque, a costi relativamente contenuti. Non è certo un caso che le imprese marittime e i sindacati siano costretti in queste ore ad alzare la voce contro la mortificante ignoranza dei consulenti ministeriali, per sollecitare un minimo di buon senso al legislatore. Solo in Italia, infatti, può accadere che venga confezionato un Testo Unico sulla Sicurezza e la Salute dei Lavoratori, che non tiene contro della specificità del lavoro sul mare e sui moli. Una follia, un vuoto legislativo che rischia di condizionare l’intero settore. L’ennesima e indecente conferma del pressapochismo e del disinteresse con cui la politica affronta i temi legati allo sviluppo dello shipping. Per fortuna l’Italia è probabilmente la nazione ad aver maggiormente investito nel rinnovamento della flotta. Le navi di ogni tipologia rispondono oggi ad assoluti requisiti di sicurezza. L’unica zona grigia resta il lavoro portuale (per sua stessa natura già a rischio elevatissimo), che continua a pagare un prezzo troppo alto alla produzione e alla competitività. Oggi più che mai si avvertono esigenze di regolamentazione delle procedure operative e di controlli severissimi all’interno dei terminal. C’è l’urgenza di maturare una nuova cultura della sicurezza, della prevenzione e soprattutto della formazione professionale. Marittimi e portuali non ci si improvvisa. Genova, con le sue Accademie e con la Compagnia Unica, era una grande scuola: deve riconquistare questa leadership mediterranea. Ripartire dalla base per annullare la società conservatrice, dove si muore come si è nati. Ma per costruire un futuro di eccellenza, mantenerlo e primeggiare sul mercato globale anche con l’alta qualità del lavoro, c’è una sola strada: ricerca e sviluppo. Temi su cui certo il nostro governo non eccelle. La ricerca applicata all’industria è fortemente penalizzata da politiche sconsiderate e da tagli. Senza sicurezza non c’è dignità del lavoro, senza ricerca non si va da nessuna parte e non si fronteggia la concorrenza. Certo, per una politica specializzata nelle divisioni ideologiche, nelle regole precostituite e nell’evitare ogni discorso concreto, risulterà difficile proporre e investire sulla Compagnia Unica di Genova come sede dell’Università dei portuali italiani. O caldeggiare a Fincantieri ricerca, studi innovativi e progetti alternativi, come quello delle galere galleggianti. Lasciamo stare Terzo valico o altre simili amenità. La realtà è che se la vitalità dello shipping si misura con il sostegno offerto alle idee, alla ricerca e alle speranze delle nuove generazioni, allora Genova e l’Italia non sono in declino: sono in coma.

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