Piccoli Matteoli crescono sotto la Lanterna

Genova. Genova ha smesso di essere città intelligente quando ha chiuso l’unica funicolare ad acqua esistente in Europa e qualche anno dopo ha cancellato dal piano regolatore l’ampliamento del terminal di Voltri, estrema chance di sviluppo portuale. Per difendere il proprio ruolo consociativo che esclude l’avvenire, la città insiste nel suo strabismo concettuale affidando l’alzabandiera del Salone Nautico ad Altero Matteoli, inutile ministro dei Trasporti, simbolo bipartisan di tutte le incapacità della politica. Un caso patologico, una commedia umana, l’affresco di una società degenerata in cui il potere non viene mai, neppure per un attimo di distrazione o per involontario sbaglio, considerato strumento attraverso cui far avanzare idee e una visione del mondo, delle nostre vite, dell’economia.

La rivolta della politica e delle imprese è concentrata tutta nella fascia tricolore dismessa dalla Marta Vincenzi al cospetto di Matteoli. Sai quanto gliene importa al ministro. Per fare un po’ di clamore mediatico, sarebbe bastato che si fossero messi tutti d’accordo nel considerarlo ospite sgradito, suggerendogli di restare a casa. Ma, certo, siamo uomini di mondo, anche senza aver fatto il militare a Cuneo: tutti tengono famiglia. Al confronto, la pessima cucina della Prima Repubblica era raffinata sperimentazione alla Alain Ducasse. Altro che idee geniali e proposte innovative sul porto, la flotta e il cantiere in vista della corsa per Tursi. Tra i veleni delle stanze di compensazione di interessi spesso inconciliabili, si cercano improbabili vie d’uscita per perpetuare protervamente solo ruoli, spartizioni e nomine, occupazione dei posti e sistemazione dei famigli (a volte anche dei familiari). Servirebbero lampi di genio, gesti forti di rottura, alternative concrete tra cose da fare e da non fare più, visioni rivoluzionarie di porto-città. Lanciando magari per provocazione la candidatura alle primarie di un leader dei portuali della Culmv, sostenuta da una task-force riformista. O richiamando in servizio effettivo i tanti esuli genovesi sparsi per il mondo, da Franco Mariani a Mario Sommariva, da Maurizio Maresca a Carlo Mitra passando per Antonio Orlando (non sottilizzate troppo sui nomi, sono solo indicativi). Correre ai ripari per allentare la sensazione di vertigine. Già, ma come? Fumosi deliri a Genova e funerali in corso nel porto di Gioia Tauro, Cagliari in apnea, Evergreen in fuga da Taranto, i mega progetti del Nord Est polverizzati, operatori taglieggiati, noli depressi e salari in ribasso, lo spezzatino del demanio pubblico caldeggiato da Tremonti, gli armatori scoraggiati e la navalmeccanica al palo.

Assodato che i numeri più significativi in assoluto riguardano oggi solo Genova, La Spezia e Trieste, cioè i porti di destinazione finale con maggiore caratura e struttura, serve il coraggio di fare piazza pulita di tutti i progetti che vorrebbero alimentare l’offerta per una domanda che non ci sarà. E poi consentire solo gli interventi interamente finanziati dai privati per realizzare nuovi terminal, come accade nei Paesi più evoluti. Lo Stato non può più regalare soldi ad operatori che nell’arco di 24 ore decidono di sbaraccare e trasferire il traffico in Africa o al Pireo. E’ vero anche che il nostro è tutto meno che un Paese dove conviene investire: la regolazione del mercato non è trasparente e pulita, cambiano le regole in corsa sia direttamente che indirettamente (revisione dei contratti pubblici, aumento delle imposte, ecc.). Il sistema collassa perché non si può essere più contemporaneamente vivi e morti, sospesi e precipitati. Tanto vale provare a sottrarre subito le Autorità portuali dai vincoli degli altri enti pubblici, trasformale in protagoniste, abolire il controllo da parte del ministero di Matteoli e trasferire la delega su porti e shipping - in attesa di un nuovo governo e di una nuova politica - al ministero per lo Sviluppo Economico. E poi reimpostare la politica industriale della cantieristica, cercando soluzioni reali. Piccoli ritocchi strategici, camminando sulla grondaia di un tetto: senza una protezione, la probabilità di sprofondare sale a dismisura.

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