Porto, la speranza è l’ultima sfida

Se cambiamento è non avere alternative, allora è legittimo sbirciare a San Benigno, in casa della Culmv. Dopo l’ultimo assegno da oltre 800 mila euro incassato dal “Club dei Terminalisti”, il console Antonio Benvenuti ha avviato in tempo reale alcune azioni previste dal piano di riassetto interno: ricollocamento dei soci totalmente o parzialmente inabili, ricerca di figure professionali tecnico-amministrative da inserire ai vertici, interventi mirati a riequilibrare i debiti  degli stessi soci verso la Compagnia. Riforme e speranza sono forse le parole che possiamo trovare per dar vita a un nuovo sogno collettivo. Del resto, dal punto di vista sociale, l’Autorità portuale guidata da Paolo Signorini ha varato un intervento di sostegno al mondo del lavoro che non ha precedenti nella storia genovese. E le imprese, anche se recalcitranti, alla fine si sono schierate a protezione della comunità dei portuali. Che è un valore. Come le promesse di rinnovamento, che se non saranno mantenute faranno crollare la credibilità dell’intero sistema produttivo. Come l’urgenza di adeguare l’essenza stessa dei terminalisti alle logiche e alle regole di un mercato multinazionale e non levantino. Come la necessità per l’ente portuale di scavalcare l’inadeguatezza legislativa compiendo scelte di politica industriale e dei trasporti. Un modello, quest’ultimo, che Mario Sommariva, costretto ad allontanarsi da Genova molti anni fa perché troppo riformista e scomodo, potrebbe riproporre alla Spezia, forte della sua esperienza a Trieste.
 
E’ anche vero che l’anno più sciagurato che la storia del pianeta e dello shipping ricordino, ripropone a Genova gli stessi riti che segnavano il tramonto dello scorso millennio. A cominciare dal conflitto, neppure più mascherato, tra consociativismo e conservazione e i timidi tentativi di rinnovamento e riforme.  Non sono bastati vent’anni per cambiare passo. Ma c’è una differenza sostanziale rispetto al 2000: oggi strategie, mosse e propositi sono palesi, tangibili, riconoscibili. E davvero non c’è alternativa al progetto di realizzare un porto campione europeo mediterraneo, impostato sulla ferrovia, sui retroporti e sui terminal gestiti dall’Italia insieme alle maggiori potenze mondiali.
 
In questo scenario, le scaramucce e le partite di giro che il porto ostinatamente ripropone ogni anno sono francamente sconfortanti. Quasi fossero un tacito accordo sottobanco, un alibi per non cambiare niente. E per coprire i ritardi. Se la Culmv ha mostrato crepe nella sua gestione contabile, molte imprese si sono fatte trovare impreparate, stanche, impaurite. Delegittimate da una classe di imprenditori che ha utilizzato la formula di privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Imprese senza capitali e tecnologicamente arretrate, non in grado di affrontare l’urto terrificante del blocco dei traffici imposto dal Covid. Lo scenario è sembrato vuoto, senza più niente da guardare. Spogliato anche delle competenze amministrative marittime aggregate nella Camera di Commercio, che sono passate tutte a Milano. Qualche esempio di ciò che è evaporato? Camera Arbitrale Internazionale per il Commercio delle pelli, Camera Arbitrale Marittima, Polo Tecnologico Marino marittimo, Swiss Desk,  Commissione per la revisione degli usi, Commissione di esperti in porti e trasporti, Consulta per il settore marittimo, portuale e logistico, Ruolo Stimatori e Pubblici Pesatori… Come piazza, capitale, burocrazia, scuola e cervello dello shipping Genova è da reinventare.
 
Sarà che in tempi di declino della modernità, il progresso non gode più di buona reputazione. Ha deluso le aspettative, è accusato di produrre disastri e consolidare le disuguaglianze; è in parte responsabile della crisi che stiamo attraversando. Una crisi che si dilunga ormai da troppo tempo e che minaccia di trasformarsi in una condizione cronica. Se la crisi è per sempre, nel senso che dovremo abituarci a vivere diversamente rispetto al passato, facendo i conti con una realtà economica e sociale profondamente modificata, non è detto però che l’interregno sia destinato a restare a lungo. Le crisi aprono sempre qualche via d’uscita. E’ ancora possibile scrivere una bozza di politica delle infrastrutture e dei trasporti per rilanciare l’Italia e Genova in Europa, anche con gli strumenti di diritto dell’economia. Una risposta di cambiamento che non si esaurisce negli interessi della politica.  Attrezzarsi, insomma, per riempire il vuoto e non farsi conquistare dal deserto.
 
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