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Clerici, ritratti d’artista tra il porto e New York / GALLERY

Genova - La sua Factory è nascosta in Piemonte. Una casa-bottega tra il verde di Gavi, nella quale l’Alfonso Clerici imprenditore si trasforma in artista.

Patrizia Albanese
3 minuti di lettura

Genova - La sua Factory è nascosta in Piemonte. Una casa-bottega tra il verde di Gavi, nella quale l’Alfonso Clerici imprenditore si trasforma in artista. In solitudine. O con «un fellow artist, un carissimo amico, primario genovese molto noto», col quale si sta divertendo a creare delle sculture. La prima è quasi pronta: «Un manichino in plexiglas alto un metro e novanta, vestito con alcune delle foto che ho realizzato negli anni. E con una testa in legno, raccolto sulla spiaggia in Corsica, poi dipinto». Una scultura sovrastata da un grande occhio, che richiama il simbolismo del Dr. Eckleburg di Fitzgerald nel Grande Gatsby.

«Ci siamo così tanto divertiti - confessa - Che ne faremo una serie. Probabilmente otto». Pezzi forse destinati a un’altra mostra, come quella di dipinti - realizzati con l’ipad - appena inaugurata da Alfonso Clerici nei nuovi spazi di Tomena editore, ad Albaro, in via San Pio X. Clerici parla dei suoi lavori artistici con timidezza mista a pudore. Tanto che nell’ufficio di Carignano - tra dipinti fiamminghi e una deliziosa automobilina in latta rossa, lunga un metro - non c’è una sola delle sue opere. Che nasconde in cataloghi candidi, collocati sullo scaffale più alto della libreria. Dietro le molte foto di famiglia - il padre Jack, la moglie Paola e i quattro figli: Sasha, Samantha, Jessica e Thomas - sotto la collezione di modellini aerei, a ricordare la sua ultima passione: il volo.

«Non prenderò mai il brevetto, così come non sono mai riuscito a concludere gli studi - sorride - Ma ogni tanto trovo un amico talmente folle, da lasciarmi la cloche». Una delle mille vite di questo artista-imprenditore, con un unico cruccio: «Non essere rimasto a New York. La decisione più sbagliata. Ma il famoso Dna di famiglia, col senso del dovere…». Per la verità, c’aveva provato a passare da imprenditore ad artista puro. Ma il padre, il grande Jack Clerici, alla «richiesta di un anno sabbatico, per dedicarmi alla pittura, con una mostra già organizzata da un’amica gallerista che mi aveva chiesto una ventina di quadri», aveva risposto da par suo. Con un gesto secco: «Aveva un paio di forbici in mano. Le ha aperte e chiuse». Lasciandogli il rimpianto perenne di quel periodo magico con Andy Warhol, Bianca Jagger, John Belushi, Vincent Freemont e tutto il jet set cultural-mondano, «che ruotava attorno alla Factory, dove passavano tutti: artisti, borghesi, attori…». Con un unico problema, che lo ha sempre sovrastato: «Un tiro al bersaglio doppio». Troppo artista per essere imprenditore e troppo imprenditore per essere artista. Specie a Genova. Anche se il padre Jack «era un artista nel lavoro». Ma pur sempre imprenditore, come racconta la sua valigetta consunta, in un angolo della libreria. Sebbene poi il riconoscimento sia arrivato. «Mi ha dato grande soddisfazione, una sua lettera - racconta Alfonso Clerici, cercando di nascondere ancora adesso l’emozione, dietro gli occhiali - Ero tornato da New York da quattro anni, quando mi scrisse: “Adesso capisco cos’è stato per te, portarti via da New York: non capisco le tue cose, né capisco le tue scelte. Ma capisco la tua sofferenza”».

Perché «era un uomo duro, sì, come quelli della sua generazione, che non ammettevano il mostrare sentimenti». Però, con altrettanto orgoglio non poteva tollerare «che il figlio vivesse in una fabbrica». In realtà, «un loft al Village». Troppo per il capostipite. Che lo collocò in un appartamento: «Downtown, mica uptown come i miei amici borghesi, che mi vedevano un po’ così...». In un eterno dualismo imprenditore-artista, sciolto soltanto in anni recenti. Con foto, dipinti e sculture in mostra. Come adesso da Tormena.

Senza però mai dimenticare l’altra grande passione: il porto. «Ho iniziato ad andarci a 3 anni, mi ci portava mio padre. Per un bambino, era come il circo: fantastico. Allora c’erano legname, gomma, il treno a vapore... Affascinante. Il porto è stato la mia vita: lo amo e basta». Ricordi e scommessa imprenditoriale: «Sono stato il primo a litigare con Batini e a diventarne poi amico. C’era il rito del caffè alle 5 e mezza di mattina, coi panini al salame... Una meraviglia». E nel tempo libero, l’arte. Mantenendo i rapporti con gli amici newyorkesi, con i quali ha festeggiato i sessant’anni. Stavolta, senza in regalo il poster di Warhol, con dedica svolazzante a quel giovane italiano. Che la bussola preferiva lasciarla sulle navi. E ora, nell’ingresso degli uffici: «Mai avuta, a me non serve». Da grande? «Se lo sapessi - se la ride - sarei maturo. Cosa che mio figlio Tommy mi rimprovera». Magari ringraziando quel Dna di famiglia, che ha portato Thomas a Jaipur. Disegna gioielli. Splendidi.

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