Crociere, l'esercito dei 250.000 marittimi in attesa di tornare a casa

Anche chi rimane a bordo in attesa del cambio equipaggio (espressamente vietato in 27 Paesi come misura anti-covid 19, tra cui tra cui potenze marittime come Cipro, la Germania, Singapore, le Filippine, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti) lo fa senza stipendio

Operazioni di sbarco dalla Msc Fantasia

Genova - Con il progressivo fermo delle navi da crociera - la stima è 200 unità in tutto il mondo - si apre il problema di circa 250 mila marittimi che devono o raggiungere casa, oppure raggiungere le navi per garantirne il funzionamento minimo nel periodo di blocco, che varia a seconda delle decisioni prese dalle singole compagnie (dalla fine di aprile fino a tutto maggio).

Per loro non c’è solo l’Odissea del ritorno a casa - come il gruppo di indiani sbarcato dalla nave Costa a Barcellona, rimasto bloccato in aeroporto - ma anche la prospettiva di mesi senza stipendio. Anche chi rimane a bordo in attesa del cambio equipaggio (espressamente vietato in 27 Paesi come misura anti-covid 19, tra cui tra cui potenze marittime come Cipro, la Germania, Singapore, le Filippine, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti) lo fa senza stipendio. E se le navi da crociera sono gli occhi di tutti, esiste un mondo fatto di 114 mila unità mercantili che trasportano il 90% della merce venduta in tutto il mondo: i lavoratori marittimi qui sono due milioni. Il timore che trapela dall’Itf, la federazione internazionale dei trasporti, è che i piccoli armatori non potranno reggere al fermo delle navi, e come durante la crisi del 2009 (l’onda della finanza drogata travolse lo shipping con un anno di ritardo) ne approfitteranno per fare pulizia nei bilanci, cambiare vita, disperdere le tracce: abbandonando le navi in Paesi con blandi controlli di sicurezza portuale, e insieme alle navi, i loro equipaggi. Già oggi, nel mare che fronteggia i grandi porti emiratini, viene segnalata una presenza anomala di navi alla fonda con a bordo gli equipaggi, in attesa di conoscere una destinazione che forse non arriverà mai.

L’Itf intanto ha anche stigmatizzato, nei giorni scorsi, la lentezza di reazione delle maggiori bandiere del mondo (Panama, Liberia ecc...), mentre cominciano a chiudere anche i centri di assistenza per i marittimi nei porti (come è successo a Liverpool), ma non le visite sulle navi. La scorsa settimana, gli armatori italiani sono stati i primi a segnalare il rischio di un blocco degli equipaggi (e quindi anche delle navi) per l’effetto del coronavirus, scrivendo al ministro dei Trasporti, Paola De Micheli. Nel corso della stessa settimana, la stessa Itf insieme all’Ics (l’associazione internazionale degli armatori) si sono rivolti direttamente all’Onu e all’Oms per chiedere l’attivazione di corridoi burocratici per i 100 mila marittimi che ogni mese si danno il cambio di turno a bordo delle navi. Alcuni Paesi, Italia inclusa, hanno nei fatti concesso l’allungamento dei turni bordo (che da noi durano quattro mesi, ma possono arrivare anche a otto per i marittimi cinesi o filippini) ma è evidente che le persone non possono rimanere imbarcate a vita, così come soprattutto gli altri a casa in attesa che arrivi un nuovo contratto. Ma nei fatti, oggi può capitare, ed è già capitato, che le navi rimangano bloccate nei porti, in attesa che i marittimi a fine turno e quelli che devono arrivare per sostituirli riescano, con triangolazioni che coinvolgono governi, armatori, agenti marittimi e sindacati, a varcare le barriere erette dagli Stati a protezione della salute dei loro abitanti. Sin qui, nel settore cargo, sono emersi casi in 72 Paesi. A sollecitare un corridoio burocratico, o almeno delle linee guida per non lasciare tutto al caso, ha scritto ieri alla Commissione europea anche Hubert Ardillon, presidente del Cesma, che riunisce gli oltre 5.000 comandanti del Vecchio Continente.

Su due milioni di marittimi, 38 mila sono italiani o navigano sotto bandiera italiana. Su oltre 5.000 comandanti europei, 900-1.000 sono italiani e altrettanti sono direttori di macchina. In tutto gli ufficiali italiani sono circa 10 mila, e il loro maggiore impiego è proprio sulle navi da crociera. «In questo momento le situazioni sono diverse - dice uno di loro, sotto anonimato - non abbiamo sotto mano tutti i casi di navi ferme in giro per il mondo, ma sono decine. Di comandanti italiani ce ne sono molti sulle navi passeggeri, il gruppo Carnival è il primo datore di lavoro per gli ufficiali italiani, e poi ci sono le navi Msc di Gianluigi Aponte. Molti navigano anche sotto bandiera estera. I casi delle crociere sono sotto gli occhi di tutti, ma c’è anche il fronte delle merci. Il comandante deve esprimere la più assoluta tranquillità, sia che abbia i 20 marittimi di un mercantile che le centinaia di persone sulle navi da crociera, e dove le nazionalità sono decine. Questo significa diverse culture, religioni, approcci con la realtà. E questo genera forti tensioni, tanto più se all’orizzonte si fatica a vedere il momento dello sbarco, il ritorno al Paese e alla famiglia. Finora non si sono verificati casi in cui questa convivenza forzata ha portato a situazioni estreme, ma certo c’è molta preoccupazione». —

©RIPRODUZIONE RISERVATA