Fallimento T-Link, sei manager assolti

Nata nel 2008 e guidata dal genovese Stefano Costa nel ruolo di amministratore delegato, dopo due anni di buoni risultati, però, era stata minata da difficoltà finanziarie.

di Marco Fagandini

Genova - La prospettiva del gruppo di imprenditori e manager che l’aveva creata era ambiziosa: portare la compagnia di navigazione T-Link a competere con le grandi società di traghetti, collegando Genova al porto siciliano di Termini Imerese.

Nata nel 2008 e guidata dal genovese Stefano Costa nel ruolo di amministratore delegato, dopo due anni di buoni risultati, però, era stata minata da difficoltà finanziarie. Prima aveva fermato le navi, e poi era stata dichiarata fallita. Per la procura di Palermo, cinque amministratori e manager portarono alla bancarotta fraudolenta la T-Link. E lo stesso liquidatore sottrasse quasi 75 mila euro alle casse per evitare che i creditori potessero aggredirli.

Ora però il collegio di giudici della quinta sezione penale del tribunale di Palermo, presieduto da Donatella Puleo, ha assolto tutti e sei gli imputati. Tre i genovesi coinvolti. Ovvero Costa, difeso dall’avvocato Mario David Mascia, per il quale la procura aveva chiesto la condanna a 5 anni e 6 mesi di reclusione. Luca Romeo, ex vice presidente della T-Link e manager marittimo. E Onofrio Contu, revisore della T-Link e segretario della Fondazione Carige. Gli altri imputati. Edoardo Bonanno (difeso dai legali Francesco Bertorotta e Raffaele Restivo), anche lui amministratore delegato della T-Link, in un altro periodo, e rappresentante nel consiglio d’amministrazione di uno dei soci, la Caronte & Tourist. Il solo, assieme a Costa, per il quale era stata chiesta la condanna, sempre a 5 anni e 6 mesi. Per gli altri invece la stessa procura aveva richiesto direttamente l’assoluzione. Quindi anche per Simone Cimino, vertice del fondo Cape Regione Siciliana, azionista di maggioranza. E Giovanni Maniscalco, il liquidatore.

Successi e decadenza
La T-Link, fra i cui soci di minoranza figurava anche la compagnia Moby, aveva ottenuto buoni risultati nei primi due anni di esistenza. Con 130 mila veicoli e 85 mila passeggeri sulla sola rotta servita. Poi, però, come spiegato dai difensori nelle udienze del processo, era mutato completamente lo scenario. Imputati e legali hanno ricordato la concorrenza spinta da parte delle società competitrici. E l’aumento esponenziale del prezzo del carburante a causa della crisi libica. Tesi che, evidentemente, hanno convinto i giudici, anche se le motivazioni della sentenza verranno pubblicate fra 90 giorni. Nel 2011 la compagnia aveva chiuso l’attività e nel marzo del 2012 era arrivato il fallimento.

Per la procura di Palermo, invece, a provocare il dissesto illecito delle casse della T-Link erano stati altri motivi. Il noleggio di navi a prezzi decisamente maggiorati e fuori mercato, anche con la stessa Moby. Pagamenti per più di 2,5 milioni di euro prima della procedura fallimentare, per sfavorire i creditori. Infine, l’aver fatto ricorso al credito bancario in maniera fraudolenta. Per i difensori però, su quest’ultimo punto le eventuali irregolarità erano frutto di errori materiali commessi in buona fede. E non determinanti nel fallimento, visto che le linee di credito nei confronti degli istituti bancari e dei clienti erano importanti. Ancora, gli imputati hanno ribadito come i prezzi dei noleggi seguissero quelli del mercato. E soprattutto che quei pagamenti contestati erano stati fatti ad agenti marittimi titolari di crediti privilegiati, per evitare il sequestro delle navi e preservare l’attività della società. Insomma, davanti a un contesto economico difficile, i manager hanno spiegato di aver lavorato per salvare la compagnia, non per farla affondare.

«Attendiamo il deposito delle motivazioni - dice l’avvocato Mascia -, ma a giudicare dalle piene assoluzioni pronunciate, cioè che il fatto non sussiste o non costituisce reato a seconda dei casi, si può dire che non aveva tutti i torti la T-Link quando a maggio 2011, dopo esser diventata nell’arco di soli due anni uno dei principali operatori nel cabotaggio di media e lunga percorrenza da e per la Sicilia, aveva motivato lo stop del servizio con il perdurare di una situazione di mercato viziata e conflittuale». —

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