«I porti italiani? Giusto siano pubblici, ma tornino ad ascoltare le aziende» / INTERVISTA

Genova - Alessandro Santi, presidente di Federagenti, l’associazione degli agenti marittimi italiani, pensa che l’arrivo di un nuovo governo sia l’opportunità per mettere sul tavolo una serie di istanze che possano servire a raccordare meglio il rapporto tra pubblico e privato all’interno dei porti italiani.

di Alberto Quarati

Genova - Alessandro Santi, presidente di Federagenti, l’associazione degli agenti marittimi italiani, pensa che l’arrivo di un nuovo governo sia l’opportunità per mettere sul tavolo una serie di istanze che possano servire a raccordare meglio il rapporto tra pubblico e privato all’interno dei porti italiani.

Da cosa nasce questa esigenza?
«Dal fatto che a oggi gli strumenti messi a disposizione dalla riforma della legge portuale del 2016 non hanno del tutto funzionato. I comitati di gestione, che hanno sostituito i vecchi comitati portuali, all’interno dei quali erano rappresentate anche le categorie dell’utenza portuale, sono per loro natura strutture di natura politica, all’interno delle quali il privato non trova e non può trovare collocazione».

Ma la legge prevede comunque dei momenti di confronto tra pubblico e privato nella gestione portuale…
«Sì, abbiamo fatto l’esperienza dei tavoli di parternariato, che però si sono dimostrati sostanzialmente insufficienti: vengono convocati con funzione consultiva, e limitatamente ad alcune istanze. Invece a mio parere il ruolo dei privati dovrebbe incidere di più, anche sugli investimenti».

Ma la riforma ha ancora un senso, o servirebbe un intervento più radicale, ad esempio trasformando i porti in società private?
«Sotto questo profilo credo che la natura giuridica delle Authority in Italia sia funzionale a come sono organizzati i nostri porti, che a differenza delle grandi realtà del Nord Europa, sono inseriti in un contesto non solo in un contesto economico-industriale, ma anche sociale, e questo è un fattore importantissimo. Di qui la necessità di mantenere comunque un loro natura pubblica. Credo che l’Italia dovrebbe affermare con chiarezza questo principio, anche in sede europea: questo forse potrebbe essere di aiuto pure nella controversia con la Commissione europea relativamente alla questione delle esenzioni fiscali di cui beneficiano oggi le Autorità di sistema portuale».

E il contributo dei privati quale sarebbe?
«La nostra federazione rappresenta circa 500 aziende, che lavorano in tutti i 144 porti italiani. L’idea non è quella di indirizzare la politica delle Authority, ma poter avere un confronto sistematico con gli enti, specie su alcuni temi su quali potremmo dare un contributo significativo e sui quali abbiamo bisogno che l’amministrazione agisca presto».

Come le infrastrutture? Non c’è il rischio che ognuno vada a portare l’acqua al suo mulino perdendo di vista l’ottica nazionale?
«No, il tema infrastrutture va certamente ponderato a livello nazionale, anche tenendo conto del fatto che esistono oggi strumenti di analisi sull’efficacia che se usati correttamente sono in grado di indirizzare gli investimenti in maniera coerente. Io invece mi riferivo invece a due punti fondamentali, che sono sburocratizzazione e digitalizzazione. È impensabile che oggi ogni porto abbia un suo specifico interfaccia digitale con l’utenza, e soprattutto che una norma nazionale possa essere declinata in maniera diversa a seconda dello scalo. Questi sono gli elementi che fanno perdere reale competitività al nostro sistema, e su cui i privati potrebbero andare in aiuto se esistesse una sistematicità nei rapporti con le istituzioni che governano i porti».

I dati dell’agenzia regionale veneta per l’ambiente hanno rivelato che nel 2020 l’aria a Venezia è stata più inquinata rispetto agli anni precedenti. Una vittoria, per chi come lei, agente marittimo veneziano, ha sempre sostenuto la necessità di portare le grandi navi da crociera in Laguna…
«No mi creda, nessuna vittoria: è stato solo dimostrato quello che abbiamo sempre detto, cioè che il contributo alle emissioni inquinanti delle navi da crociera a Venezia è del tutto residuale. Il grosso delle emissioni viene dalle abitazioni, dal trasporto locale. Credo sarebbe necessario il ritorno delle navi da crociera, per garantire che almeno una piccola quota di turismo, controllato e in sicurezza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: